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Regia

Gianni Di Gregorio

Titolo

Lontano Lontano
Con: Ennio Fantastichini, Giorgio Colangeli, Gianni Di Gregorio, Daphne Scoccia, Salih Saadin Khalid, Francesca Ventura
Italia, 2019, min.90

Lontano Lontano

Nel momento in cui, dopo un periodo di assenza, ricompare la nostra rubrica cinematografica ci sembra opportuno, nel segnalare un film recente, allargare lo sguardo a opere in qualche modo affini a quella presentata. La parola chiave che le accomuna è, logicamente, anzianità. Parola scomoda, mai tuttavia aborrita come vecchiaia, che presto potrebbe venire addirittura bandita dai dizionari. Eppure, era tanto bello usare questa parola asciutta, comoda anche perché capace di reggere il plurale. Potessimo usarla oggi, dovremmo parlare di vecchiaie tante quante sono le declinazioni di questa stagione della vita e delle opere che l’hanno raccontata.

In “Lontano Lontano”, film di Gianni De Gregorio, la pulsione dei tre anziani protagonisti sembra il desiderio di cambiare vita. Coincidenza, erano anziani ed erano tre anche quelli che per “Vivere alla grande” (1979) decisero di rapinare una banca. Fu un successo, sul momento, forse per la stravaganza dell’argomento. Ma oggi - e sono passati appena quarant’anni - quel film nessuno lo rimpiange.

Gianni De Gregorio, invece, regista di questa pellicola, compare sui nostri schermi una decina d’anni fa con il suo “Pranzo di Ferragosto”. Un’opera che lasciò indifferente la quota di pubblico già drogata dagli effetti speciali. Invece noi, nostalgici di Lubitsch, di Billy Wilder e compagni; noi tentati dall’uso dei tappi di cera che salvarono Ulisse dalla seduzione delle Sirene, ma nulla potrebbero per difenderci dalle odierne non-musiche Netflix; noi apprezzammo quel film quieto e riposante. Ci diceva che il volontariato verso gli anziani si può fare senza enunciare proclami, solo con l’ospitalità della nostra abitazione e la naturalezza di una pasta al forno.

Ecco perché all’arrivo della sua quarta fatica, da Gianni non ci aspettiamo proclami, bensì messaggi alti, talmente mimetizzati tra leggerezza e ironia da rischiare di non riconoscerli. Qui si tratta di scappare lontano, ma è difficile sfuggire al richiamo delle origini. Soprattutto nell’età dei bilanci, fino a ieri classificata come “terza”, oggi saldamente “quarta”, domani chissà. Il quartiere, il caffè, gli amici e la casa sono diventati luoghi dell’anima della cui importanza t’accorgi nel momento in cui t’appresti a scappare. Eppure si deve.

Scappare da questo nostro Paese dove le pensioni sono sempre più avare perché le tasse sono sempre più arcigne. Scappare lontano. È questo che vanno pensando Attilio, rigattiere addirittura privo di pensione, Giorgetto, al di sotto della minima e proprio Gianni, ex insegnante di latino e greco nella finzione cinematografica, ma autore, regista e interprete nella realizzazione di quest’opera.

Andare via, certo, ma dove? Santo Domingo? Cuba? Perché no. Gran belle mete tutte e due. Birra a buon mercato, vino buono, belle donne, ma c’è un problema: bisogna sposarne una, altrimenti le tasse continui a pagarle in Italia. Oppure Sofia, gran bella città. Ma proprio in Bulgaria si deve andare?

La riunione si scioglie con un doppio grappino offerto da Federmann (alias Roberto Herlitzka, sorpresa di un prezioso cameo) ai tre postulanti. Sarà il Professore a telefonare dopo qualche giorno: perbacco, ma le Azzorre! Come abbiamo fatto a non pensarci? Governo stabile, niente guerre, buone leggi, belle donne e non devi sposarle, birra a buon mercato, mare stupendo e niente meduse: questa è la meta!

I tre si mettono d’impegno per racimolare un fondo cassa: Attilio vende preziosi amuleti delle civiltà sepolte, Gianni si sbarazza con dolore dei libri più cari, Giorgè si adatta a una pratica, il lavoro, con la quale non ha mai avuto alcuna confidenza. Passaporto, permessi vari, persino il fondo cassa: è tutto pronto. Ma c’è Salim, il ragazzo tuttofare venuto dal Mali dopo che una bomba gli ha rubato la famiglia. Ha viaggiato su un camion, a piedi, con la barca, due anni per arrivare a Trastevere, a Roma. Ha portato con sé un sogno quasi proibito: raggiungere il Canada dove c’è suo fratello. “È lontano”, si direbbe. Invece è quasi arrivato: ci sono tre vecchi che hanno deciso di “farsi nonni” proprio per lui.

Finirà come quell’altro film? Quello in cui il giovane curdo vuole attraversare la Manica a nuoto prima che il padre della sua ragazza la consegni a un matrimonio d’interesse? Quella pellicola, tratta da una storia vera e intitolata Welcome (benvenuto), racconta di un sogno che muore a poche centinaia di metri dalle bianche scogliere di Dover. Sarà così anche per Salim, il ragazzo nero di Lontano Lontano? Non lo sappiamo, ma ci piace essere ottimisti pensando a un altro film sulla generosità degli anziani verso le giovani generazioni. Parliamo di” Vivere” del grande Akira Kurosawa, dove si racconta di un pensionato ex funzionario statale, malato di cancro, che dedica tutta la sua passione non a compiangersi, ma a lottare per un campo giochi per i bambini. Eppure, quando morirà soltanto alcune madri si ricorderanno di lui. Allora si ricorderà Salim, il ragazzo maliano, di Giorgetto, Attilio e Gianni? Non lo sappiamo.

Ci piace pensare, tuttavia, che se tutti i vecchi di questo povero mondo ricco accantonassero un qualche sogno ormai scaduto e decidessero di adottare quello dei troppi Salim della terra, gusterebbero nel loro profondo un momento di quella segreta intesa cuore-cervello chiamata anche felicità.

A cura di F.M.


(Fonte: )

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Dopo un periodo di assenza, torna la nostra rubrica cinematografica con una riflessione sulla pellicola "Lontano Lontano" e alcune opere affini. La parola che le accomuna è anzianità. Parola scomoda, mai aborrita come vecchiaia. Eppure, potessimo usarla oggi, dovremmo parlare di vecchiaie tante quante sono le declinazioni di questa stagione della vita e delle opere che l’hanno raccontata.

 

Regia di Gianni Di Gregorio, Italia, 2019

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