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Data Notizia
05/11/2020

Gig workers e gig economy, un fenomeno anche over 50

Derlin Newey è un cittadino americano che vive a Roy, un comune dello Utah. Ed è tra i quartieri di quella stessa città che ogni settimana spende 30 ore del proprio tempo a consegnare pizze. Nulla di strano, direte voi, è un rider come tanti. Ma Derlin ha 89 anni e una vita di lavoro alle spalle. La scelta di diventare un fattorino nasce da una pensione che non sembra mai abbastanza. La cifra, infatti, basta a malapena per la spesa e quando arriva il momento di pagare le bollette quelle entrate settimanali diventano preziosissime.

 

Una storia incredibile

Eppure, il signor Newey non ha perso il sorriso. La sua vena amabile, ironica e gentile lo ha fatto diventare uno dei rider più amati della zona con un giro di clienti fissi e volti ormai amici. Ed è proprio per questo che, poche settimane fa, Derlin è diventato famoso. Tra i clienti che non rinunciano alle consegne del rider over 80, infatti, c’è anche la famiglia Valdez, una coppia di coniugi molto popolari su Tik Tok, il social network su cui si pubblicano brevi e divertenti video. Ed è lì che è finita, a insaputa di Derlin, anche una clip che lo ritrae mentre consegna la cena ai Valdez. «Ciao! Qualcuno sta cercando una pizza?», dice sorridente in una frase che, di lì a poco, sarebbe diventata un vero e proprio tormentone. Infatti, i Valdez hanno raccontato ai loro follower la storia del pensionato e del suo lavoro di fattorino. Un racconto che ha colpito tanti, tantissimi fan, e ha dato il via a donazioni spontanee per aiutarlo. Tanto che, un giorno, dopo l’ennesima consegna, al signor Newey è stata recapitata una busta. «È una mancia», gli hanno detto. Ma dento c’era un assegno da 12.069 dollari firmato dalla “Famiglia Tik Tok”.

 

Il modello della gig economy

Una storia che commuove, ma che purtroppo racconta uno spaccato del mondo dei gig workers, i lavoratori della gig economy. Si tratta di un modello basato sul lavoro a chiamata, occasionale e temporaneo, e non sulle prestazioni lavorative stabili e continuative. Un assetto che porta ad avere minori garanzie contrattuali e molto spesso una paga inadeguata. In Italia, molto spesso si pensa che a farne le spese siano soprattutto i più giovani, eppure è stato dimostrato che i senior non sono esclusi.

Secondo uno studio condotto due anni fa dall’Inps, infatti, su tutta la platea dei gig workers italiani (come, ad esempio, gli autisti di Uber o i rider di JustEat o Glovo) si registrava una forte presenza di lavoratori tra i 30 e i 49 anni e over 50.  Dati che smonterebbero il mito del “secondo lavoro per studenti” e che sono stati riconfermati anche da uno studio dell’Università Statale di Milano. Dal 15 novembre 2018 allo scorso 15 gennaio, infatti, il team di ricerca ha intervistato 218 corrieri. Poco meno di un decimo dei tremila fattorini censiti a Milano.

 

I gig workers in Italia

Una stima al ribasso stando a quanto ipotizzato dall’Inps. I gig workers in Italia, infatti, sarebbero circa l’1,6% della popolazione per un totale di quasi 590mila individui e tre tipologie di lavoratori. Ci sono quelli che lo fanno come unica attività lavorativa, quelli che, come Derlin Newey, cercano di arrotondare lo stipendio o la pensione, e chi lo sceglie per occupare il tempo mentre cerca un impiego con più tutele. Inoltre, il 70% di questi lavoratori è impegnato in mansioni che non richiedono “strumenti” particolari come biciclette, scooter o automobili e delle quali si hanno pochissime informazioni in merito a condizioni di lavoro e tipologie di contratti.

 

Quanto lavorano i gig workers

Trattandosi di un lavoro “fluido” e difficilmente tracciabile, è complicato delineare un quadro della condizione dei gig workers. Per quanto riguarda il numero di ore lavorate, ad esempio, emerge una doppia polarizzazione. Da una parte si pone circa il 50% dei lavoratori della gig economy che lavora meno di cinque ore a settimana, mentre dall’altra troviamo un 25% che lavora anche più di 30 ore a settimana.

Non è secondario nemmeno il tema della retribuzione. Dall’indagine emerge che il 52% di questi lavoratori dichiara di essere retribuito per mansione svolta e meno del 25% per ora lavorata. Il compenso orario medio dei gig workers è di 8 euro e ciò significa che il 50% di questi lavoratori guadagna meno del salario minimo. In alcuni casi si tratta addirittura di compensi che ammontano a 1-2 euro all’ora. Una situazione che deve far riflettere e su cui è necessario intervenire a tutela dei gig workers di tutte le età.


(Sintesi redatta da: Linda Russo)

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