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Data Notizia
17/11/2020

Storie di donne e di vite negate

Perdurando il mortificante “buio in sala” causa Covid-19, lo spazio riservato al cinema non può basarsi su future incerte prime visioni. Continuiamo, allora, data la nostra parola chiave, a esercitarci su alcune opere, anche non recentissime, che la riguardano.

 

La maternità come colpa è un’ombra che ha pesato sulle coscienze di molte generazioni. Ma si può essere certi che tanti che hanno puntato il dito accusatore, uomini spesso correi del "misfatto", ma persino donne, hanno sempre coltivato la loro inesorabile condanna con la coscienza di compiere la scelta buona e giusta.

Una delle ultime storie che il cinema ci ha raccontato sulla maternità negata è ambientata in Irlanda, un paese che sembra detenere il primato del triste fenomeno. “Il segreto” di Rose, che abita una casetta proprio in un’irlandese landa desolata, ha origine il giorno in cui si prende cura di un pilota inglese, finito lì col suo paracadute. Le ferite guariscono, la giovinezza esplode. Quando lui riparte, lascia un ricordo che dovrebbe essere salutato come frutto dell’amore, invece proprio da qui ha inizio il calvario di Rose. Le voci si riconcorrono su di lei. Ha ucciso il suo bambino? No... L’aveva forse concepito con il prete cattolico? Adesso chissà dov’è, povera creatura...

Pregiudizio, bigotteria, tanta ignoranza creano il mostro finché la poveretta finisce rinchiusa in manicomio, dove vessazioni ed elettroshock ne oscurano la memoria. Passeranno quarant’anni prima che un giovane psichiatra arrivi lì e si prenda a cuore il caso di questa vecchia signora sperduta. L’aiuterà a far luce nel buio che ormai la avvolge ed egli stesso, a sua volta nel buio riguardo alle sue origini, verrà illuminato da una scoperta del tutto casuale.

Siamo nel melodrammatico? Certo! Ma chi ce la da, a noi anziani, l’emozione del vecchio melodramma?! Attori attenti, tempi esatti al nanosecondo, montaggio millimetrico. Ma i finali, si tratti di libri o di film, non si rivelano: questa è la regola.  Un indizio, uno soltanto, per lasciare campo all’immaginazione di chi legge. Siamo ancora nell’ospedale psichiatrico: è l’ultimo incontro dello psichiatra con la vecchia Rose. Nel salutarlo lei gli chiede:“E adesso?”

E lui: “Adesso andiamo a casa”.

 

Stesso tema, storia diversa. Anche Philomena è un’anziana signora che aveva partorito un bambino cinquant’anni prima, mentre era ospite di un istituto di suore e, da dietro le sbarre di reclusa, lo aveva visto portar via: impotente e disperata.

Accompagnata dal senso di colpa ha attraversato la vita tra l’indifferenza della gente, fino al giorno in cui s’imbatte in un giornalista che si presta ad aiutarla. Cerchiamolo questo suo figlio, cerchiamolo insieme. La ricerca parte, com’è logico, dall’istituto religioso dove il doloroso parto podalico avvenne "giustamente" senza anestesia.

Una traccia per ritrovarlo, questo figlio rubato cinquant’anni fa? No, nulla trapela dal silenzio delle monache. Si viene a sapere che il bambino poteva essere finito in America, venduto a qualche danarosa coppia di quel paese. Andiamo a cercarlo là? Andiamo. Scopriranno che il ragazzo, ormai deceduto a causa dell’AIDS, aveva fatto una straordinaria carriera fino a raggiungere la Casa Bianca come consigliere economico. Dovunque Philomena chiede “Parlava mai del suo paese, dell’Irlanda? Chiedeva di me?”. La risposta, anche della famiglia adottiva, è sempre la stessa: no. Fino a quando, vinte le resistenze del compagno del suo scomparso Anthony, scopre che, ripercorrendone a ritroso la storia, il ragazzo era arrivato fino al lugubre istituto dove sua madre, colpevole solo di avergli regalato la vita, lo aveva visto partire sull’auto dei ricchi americani che l’avevano comprato.

Allora lo sguardo di Judi Dench (straordinaria interprete) fino a quel momento determinato, deluso, anche duro, si scioglie in un’espressione dolcissima: io l’ho cercato tutta la vita e lui ha cercato me. E quando, rovistando tra i rovi del piccolo cimitero dell’istituto, scopre che lì, proprio lì, il suo ragazzo ha preteso di riposare, finalmente Philomena si abbandona alla consolazione delle lacrime.

 

Per chiudere il cerchio aperto con “Il segreto” a proposito della soluzione, in uso fino all’altro ieri, di curare con il manicomio una donna soltanto perché inadatta alla “normalità” dei benpensanti, conviene segnalare “È stata via”.

Anticonformista, ribelle fino all’aggressività, anziché venire curata, Lilian viene rinchiusa giovanissima e noi facciamo la sua conoscenza soltanto quando, sessant’anni dopo, a causa della chiusura dell’istituto, un ricco nipote va a riprenderla per ospitarla a casa propria. La moglie di costui, incinta del secondo figlio, finisce per affezionarsi, infine ricambiata, alla vecchia ospite muta e dispettosa. Chissà per quale segreto motivo. La vecchia avrà rivisto sé stessa da giovane? O sarà la giovane, bizzarra anticonformista e ribelle a sua volta, a riconoscersi nella vecchia?

Le due, vagabondando in macchina, prima si perdono, poi si imboscano in un hotel di lusso: una fuga dalle loro realtà. Senza esito le ricerche. Fino al momento in cui alla giovane, con largo anticipo sul previsto, si rompono le acque. Sarà la vecchia “pazza” a chiedere aiuto, a farla ricoverare, a barricarsi assieme a lei nella stanza d’ospedale per difenderla dall’insopportabile destino che la aspetta. Arrivano il marito, il figlio, la polizia, i soccorritori: col rimbombo d’un plotone militare percorrono il lungo corridoio. Ma debbono arrestarsi di fronte allo sguardo durissimo di Lilian, che da dietro il vetro, li avverte: “Fate una cosa perbene. Questa volta fate una cosa perbene”.

 

A cura di F.M.

 

I film di cui abbiamo parlato in questo articolo sono:

  • Il Segreto, Irlanda, 2016 – Regia di Jim Sheridan con Vanessa Redgrave, Rooney Mara, Eric Bana, Theo James, Aidan Turner e Jack Reynor;
  • Philomena, G.B., USA, Francia, 2013 – Regia di Stephen Frears con Judi Dench e Steve Coogan;
  • È stata via, G.B., 1989 – Regia di Peter Hall con Peggy Aschroft e Geraldine James.

(Tratto dall’articolo )

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