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Data Notizia
01/12/2020

Senior sempre più connessi, ma ancora pochi SPID

Quando si parla di digital divide è quasi impossibile non pensare subito ai più anziani. Quella fetta di popolazione che, all’inizio del secolo, lo scrittore americano Mark Prensky definì digital immigrants. Immigrati digitali contrapposti inevitabilmente ai nativi digitali, i ragazzi, i giovani. Una terminologia che faceva ovviamente riferimento alla scoperta di un nuovo mondo, fatto di chi ci vive da sempre e lo conosce bene (come i nativi) e chi, invece, ci approda per caso o per necessità e deve scoprirne i tesori a poco a poco. Certo, però, stiamo parlando dell’inizio del secolo, non dimentichiamolo. Da quel momento, infatti, la situazione è cambiata in molteplici scenari. E se sulle prime battute il divario è andato aumentando tra i giovani, giovanissimi, cresciuti quasi a latte e internet, e i senior, a volte riluttanti e a volte un po’ impacciati, in un secondo momento la situazione è andata lievemente migliorando con i tanti progetti di alfabetizzazione digitale e un mondo sempre più connesso che richiede a (quasi) tutti uno sforzo in tal senso.

 

Lockdown e tecnologia

 

L’ultimo acceleratore in materia digitale? Senza dubbio la pandemia. Nell’ultimo anno, infatti, la tecnologia è diventata essenziale anche per chi non ne aveva mai sentito il bisogno, se non altro per mantenere i contatti con amici e parenti rispettosi del distanziamento sociale. Lo dimostrano i dati pubblicati dal Rapporto Auditel-Censis 2020 che indagano proprio la nuova normalità digitale delle famiglie italiane post lockdown. Se prima, infatti, parole come smart working o e-learning erano ad uso comune di un’esigua platea, oggi fanno parte della vita di tutti i giorni. Ma non è tutto qui. Stare a casa, infatti, è stata anche un’occasione per molti di avvicinarsi a nuove forme di consumo audio e video e per costruire un proprio palinsesto, fatto di un’ibridazione di video, filmati e serie tv su media tradizionali e nuovi media.

 

I dati su senior e tecnologia

 

Un processo che ha inevitabilmente toccato tutti, persino loro, i digital immigrants. Secondo i dati rilasciati da Auditel e Censis, infatti, tra le famiglie composte di soli anziani il 20,6% possiede smart tv o dispositivi esterni che svolgano la stessa funzione mentre il 53,3% dispone di un collegamento alla rete internet. E non è tutto. Ben il 27,9% di questi nuclei familiari sfrutta anche la connessione veloce (a banda larga) segnalando un aumento dell’11,5% rispetto all’anno precedente. Un dato che si sposa con quanto rilevato dal Rapporto Istat relativo ai mezzi tecnologici usati da ogni generazione. I risultati, infatti, dimostrano che le persone over 55 continuano a prediligere il computer come strumento di connessione principale congiuntamente allo smartphone.

 

Secondo un’indagine condotta da Aging in a Networked Society, inoltre, è stato possibile indagare le modalità con cui i senior usano le applicazioni installate sui loro smartphone. Grazie ad un’app di monitoraggio installata sui cellulari di 30 volontari tra i 65 e i 75 anni è stato rilevato che ogni partecipante ha utilizzato lo smartphone 127 volte al giorno per un tempo complessivo di un’ora e otto minuti. Il campione ha passato circa 35 ore al mese sul proprio dispositivo, soprattutto nella fascia oraria tra le 8 e le 20. E tra le applicazioni più utilizzate si trovano soprattutto i social network. Per il 52% del tempo passato sullo smartphone, infatti, gli utenti utilizzano Whatsapp, seguito da Facebook (36%), YouTube (10%) ed Instagram (1%).

 

Le difficoltà dello SPID

 

E anche se tutti questi dati fanno ben sperare in merito alla relazione tra senior e tecnologia, c’è un’innovazione essenziale che crea ancora qualche difficoltà a questa fascia della popolazione. Si tratta dello SPID, il Servizio Pubblico di Identità Digitale. Un’identità virtuale nata proprio con l’intento di facilitare l’accesso ai servizi online della pubblica amministrazione. L’obiettivo, infatti, è quello di evitare code agli sportelli, entrando su tutti i portali (INPS, Agenzia delle entrate, INAIL, Anagrafe e molti altri) con un unico nome ed un’unica password, senza muoversi da casa. Eppure, l’iscrizione al servizio potrebbe scoraggiare anche i più caparbi. Durante la creazione del proprio codice d’accesso, infatti, è necessario inventare una password che non contenga parole di senso compiuto, né lettere doppie e deve includere almeno un numero, una lettera maiuscola e un simbolo. Non proprio ciò che si definirebbe “semplice”, soprattutto per chi sta ancora “studiando” le nuove tecnologie. Delle oltre 13 milioni di identità digitali attivate fino ad oggi, infatti, solo il 3,55% è di persone sopra i 65 anni. Un dato che dovrebbe far pensare, incentivando programmi di alfabetizzazione digitale e campagne di informazione e supporto a questa importante pratica innovativa.


(Tratto dall’articolo )

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