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Autore

Data Notizia
01/12/2020

RSA: come aprirsi ai parenti? Un puzzle molto complesso

Il contributo di Marco Trabucchi

 

In un mio intervento del supplemento Buone Notizie del Corriere della Sera del 24 novembre sostenevo l’opportunità di aprire alle visite dei parenti le residenze per anziani (RSA, case di riposo, centri servizi, ecc.). La vicenda della separazione degli ospiti delle RSA dai parenti ha, in effetti, due aspetti: quello evidente dei danni a livello psicologico, per il timore dell’abbandono e della rottura dalle radici comuni, e quello, non meno importante, della perdita del lavoro prestato dai caregiver nelle strutture residenziali (alimentazione, attenzione all’igiene, piccoli interventi di supporto, ecc.). Le RSA hanno ben chiara la crisi personale e organizzativa indotta dalla pandemia; hanno però ragionevoli perplessità, anche perché mancano indicazioni generali (le regioni tacciono e il governo nazionale pensa ad altro). Inoltre, la tanto richiesta protezione giuridica non è stata attivata, per cui responsabili della gestione e operatori sono esposti ad ogni tipo di aggressione (ricordo che in alcuni casi abbiamo assistito ad accuse infondate di comportamenti scorretti). E poi dobbiamo dirlo con franchezza: le indicazioni “scientifiche” non hanno suggerito le strade più idonee da seguire per assumere iniziative di apertura, senza creare danni agli ospiti.

 

Nonostante questa condizione di grande criticità, è doveroso affrontare la strada dell’apertura delle residenze ai famigliari, utilizzando i mezzi tecnici più efficaci; ne abbiamo visti di molto "umani” ed altri un po’ “bizzarri”. Ma oggi abbiamo a disposizione i tamponi rapidi, che potrebbero essere impiegati per sottomettere i visitatori ad un controllo prima di essere ammessi a incontrare i propri cari. Qualcuno dirà (c’è sempre chi critica, senza assumere responsabilità del danno che può esser provocato dalla diffusione di notizie incerte) che i tamponi antigienici rapidi non sono sempre affidabili, con un margine di errore attorno al 10%. Anche se così fosse, ritengo siano un mezzo importantissimo per riportare la serenità nelle strutture. D’altra parte, il parente è persona responsabile, che entra nella struttura cosciente di compiere un atto delicato e assumendosene la responsabilità. Ovviamente, i tamponi hanno un prezzo (anche se sempre meno) e sarà opportuno condividerne i costi (se le regioni non li finanziano). Ricordiamoci che molte RSA hanno i conti in grande crisi a causa dell’aumento delle spese, per effetto della pandemia, e della riduzione delle entrate per i letti che si sono dovuti mantenere liberi. Un’altra osservazione da non dimenticare: le RSA hanno perso in questi mesi moltissimo personale qualificato, attratto dai maggiori salari offerti da altri settori della sanità; sarebbe quindi opportuno che tutta l’operazione di gestione degli ingressi (dal tampone in poi) fosse gestita da esterni (i soliti volontari, come Alpini e Protezione Civile, sempre generosissimi e preparati, ma anche altri).

 

Questo mio intervento ha suscitato numerose reazioni da parte dei gestori delle residenze che hanno messo in luce le difficoltà concrete di realizzare queste modalità di apertura. Riporto un commento che ho ricevuto da un collega del quale ho grande stima: “Risulterò impopolare ma in questa fase, in cui nessuna delle mie strutture è intonsa (qualcuna ha qualche positività tra operatori, ma diverse presentano focolai), l'effettuazione dei tamponi rapidi ai parenti per poter permettere loro di visitare i propri anziani è un ulteriore aggravio per il personale. Al di là dell'attendibilità dei tamponi, l'esecuzione dei test rapidi ai parenti è tutt'altro che una passeggiata. Bisogna disporre di locali idonei da sanificare di frequente, ma soprattutto di infermieri dedicati, tasto dolente vista la sofferenza di personale in cui versa la gran parte delle strutture in questa fase epidemica. Bisogna effettuare l'accettazione sul portale regionale e successivamente registrarvi il risultato. Non è secondaria poi la questione legata ad un eventuale esito positivo: questo implica invitare l'interessato a contattare immediatamente il proprio medico per il tampone molecolare. Chi fa tutto questo? La struttura? Mi sembra un carico davvero eccessivo, ripeto, almeno in questa fase. Forse l'ipotesi dei rapidi sui parenti potrà essere riproposta quando la situazione di crisi sarà rientrata”.

 

Alcune altre osservazioni. Per realizzare l'apertura mettendo in piedi tutte le necessarie precauzioni, sarebbe necessario un forte coinvolgimento delle comunità che, attraverso il volontariato sotto varie forme, dovrebbero collaborare all’organizzazione delle visite. Non si deve infatti pensare che la negatività del tampone rapido permetta una apertura indiscriminata e senza regole, ma, anzi, richiede un’organizzazione complessa. Ma sarà realisticamente reperibile un numero adeguato di volontari, adeguatamente formati, per coprire tutte le esigenze imposte dalle visite dei famigliari? Infine, un aspetto particolarmente delicato sul quale però non sono competente. Come sarebbe possibile coinvolgere a priori l’autorità giudiziaria sulla decisione di aprire l’accesso dei parenti con queste modalità, così da evitare conseguenze penali per gestori e operatori nel caso malaugurato di qualche incidente?

 

Come si può capire da queste considerazioni, l’apertura ai parenti da parte delle RSA è ancora impresa complessa e lontana da soluzioni rapide. Però, ritengo doverosa la ricerca di alternative alla solitudine degli ospiti, condizione di grande dolore che coinvolge non solo gli operatori e le famiglie, ma anche le comunità. Dolore che richiede tutta la nostra attenzione.


(Tratto dall’articolo )

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