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Data Notizia
07/01/2021

Scintille di luce

Abbiamo visto diversi film e letto tante parole sul doloroso regredire di una mente ferita dalla malattia di Alzheimer o da altra forma neurodegenerativa. Abbiamo letto le parole dotte degli studiosi, abbiamo udito le frasi sconfortanti dei medici curanti e quelle, a volte disperate, di familiari impotenti di fronte a una tragedia. Non abbiamo udito mai, ovviamente, la lucida testimonianza del malato. Non sappiamo quali siano i suoi momenti di sconforto o di coscienza ritrovata, né quando arrivano, né quale possa essere la scintilla che li provoca. Il cinema ha tentato di indagare il mistero e qui si cercherà, soltanto con dei flash, di cogliere qualcosa di quei momenti, come intuiti e interpretati, dagli artisti che hanno realizzato le diverse opere.

 

Qualcuno racconta o scrive di vecchiaia senza conoscerla. Pupi Avati aveva già preso confidenza con questa età quando ha detto la sua sull’argomento con “Una sconfinata giovinezza”. Qui, Chicca, una docente universitaria si prende cura, anche oltre i limiti del ragionevole, di Lino, giornalista sportivo, che ha sempre più spesso vuoti di memoria. Vivo, invece, è il ricordo della sua adolescenza in un borgo della collina bolognese: gli amici di allora, specialmente uno senza palato, e l’amato cane “Perché”. Quando avrà un violento scatto d’ira, lei lo affiderà alla cura di due assistenti, ma poi tornerà a casa, adattandosi ad assecondarlo pazientemente nei giochi infantili che lui le propone. Tutto finirà quando lei viene travolta da un’auto proprio sotto casa. Lui vede l’incidente dal balcone e si precipita. Il tempo di scendere in strada e il sipario è già calato: si confonde con i curiosi, quando l’ambulanza arriva vede caricare la moglie amatissima come guarderebbe un’estranea. Non si rivedranno più. Mentre lei in ospedale lotta per sopravvivere, lui in treno, in taxi, a piedi raggiunge il paese sulla collina delle sue memorie e riesce a trovare gli amici della sua infanzia. Uno al cimitero, l’altro, proprio quello senza palato, in una casa di riposo. Alla ricerca del cane “Perché”, affidato a uno dei due più di mezzo secolo prima, Lino s’incammina verso le colline mentre il sole, lo sappiamo, spazzerà via le ultime bave di nebbia mattutina. Sappiamo anche che nel suo profondo, nei momenti sempre più rari di coscienza, c’è la speranza. Di ritrovare il cane, oppure i colleghi, oppure la sua amata Chicca. La speranza. Perché nessuno di quelli che gli furono vicini, pur nella miseria della malattia, ha mai mancato di portargli rispetto. O di volergli bene.

 

Spesso i rapporti amorosi raccontati dal cinema ci mettono a disagio quando riguardano e coinvolgono persone anziane. Sarà forse il timore inconfessato di vederli andare oltre, i protagonisti della storia, oltrepassare quei limiti che il nostro conformismo ci suggerisce di rispettare. Non è il caso di Grant e Fiona, la sua bellissima moglie, con la quale vive una vecchiaia felice tra la neve in uno chalet dell’Ontario. L’idillio si interrompe quando la donna si perde tra la neve, non riconosce più gli oggetti, perde il filo del discorso. È la malattia di Alzheimer che piomba nella vita di coppia devastandola duramente, il più delle volte. Nel film è lei, la donna malata, a capire che così non si può andare avanti: bisogna ricorrere a un luogo di cura. Separarsi. È lei che dice “Andiamo”. È lei che al marito disperato, che per 30 giorni dopo il ricovero non potrà andare a trovarla, dice “Adesso vai”. Lontano da lei, appunto, è il titolo del film. Grande la sorpresa, dunque, ma anche l’amarezza quando, dopo aver sognato di ritrovare la sua Fiona e riabbracciarla, Grant la trova legata a Aubrey, un altro degente costretto sulla sedia a rotelle. Di questo legame si accorge pure la moglie di Aubrey che, per gelosia o altro motivo poco nobile, lo porta via dalla clinica provocando in Fiona un nuovo sconforto. Grant non sopporta di vederla soffrire, va dalla moglie del “rivale” e le chiede il permesso di portarlo dalla sua Fiona un giorno almeno, che possa essere felice un’ultima volta. Questo prescrive l’amore secondo il film. Ma non solo secondo il film, anche secondo il totale, incondizionato dono di sé, pur nel sacrificio, che l’amore vero impone. Questo film dovrebbe essere somministrato obbligatoriamente a tutti coloro che picchiano le loro donne. Che vedano come di fronte al legittimo, sacrosanto diritto delle compagne di riappropriarsi delle loro vite, si può anche farsi da parte. Farsi da parte proprio per amore, prima che, per amore, decidano di ucciderle. Quando Grant condurrà Aubrey da Fiona, per vederla rasserenata almeno per un giorno, non lo introdurrà nella stanza di lei. Perché un attimo prima, quando sta per introdurlo, in un recupero improvviso di coscienza la donna riconosce il marito. Gli accarezza il volto e lo abbraccia, avendo forse già cancellato il ricordo del nuovo amico.

 

“Amore” è l’ultima parola che viene pronunciata in Still Alice, il film che ha procurato l’Oscar 2015 a Julianne Moore. Amore? Ma non era un film sull’Alzheimer? Certo, ma non è soltanto il racconto delle fasi attraverso le quali questa orribile malattia arriva ad annullare una personalità. È anche la delicata cronaca di momenti d’amore della protagonista per la vita; di lei per il marito e i figli; per la figlia minore che arriva a sacrificarsi per starle vicina fino all’ultimo. Ecco, il declino di una personalità fino al dissolvimento si intreccia con tutto questo e produce emozione: discreta, misurata come raramente accade di vedere in un film sulla malattia. Alice insegna linguistica all’università, ha una vita felice, un marito e tre figli. Quando intorno ai cinquant’anni le viene diagnosticato un Alzheimer precoce accetta di raccontarsi a una platea di malati e loro famigliari: “...perdo l’orientamento, perdo gli oggetti, ma soprattutto perdo i ricordi. Sto lottando per restare parte della realtà, per restare in contatto con quello che ero una volta”.

Quando la malattia progredisce fino a costringerla a lasciare l’insegnamento, il marito riceve un’offerta di lavoro in un altro Stato. Sarà Lydia, la figlia più piccola, che vuole fare l’attrice mentre la mamma vorrebbe vederla finire gli studi, a decidere di sacrificare la strada che sogna per stare accanto alla mamma. “Papà, ci sto io con lei”. Sarà lei a regalare il suo talento, nell’emozionante epilogo di un racconto, a un solo spettatore: la sua mamma. La bellezza, dunque, rimane un dono possibile, uno dei pochi consolanti anche nel deserto della malattia? La bellezza, sì, che va diritta al cuore nell’istante stesso del dono e non ha bisogno dell’intelligenza vigile, né dei ricordi confusi, né delle parole perdute.

Ti è piaciuto, mamma, quello che ho appena letto? Ti è piaciuto?” Silenzio. “Di cosa parlava?”

Con un filo di voce ma distintamente: “Amore.....amore”

“Sì, mamma, parlava d’amore”

 

Quale goal indimenticato, quale finale olimpica occupa la mente di Lino, il cronista sportivo, mentre vagabonda tra le colline bolognesi? C’è un’ombra di tradimento a offuscare la gioia di Fiona mentre si concede di slancio all’abbraccio del suo Grant? Quale lontana primavera ispira Alice, ragazzina, a reinventare la parola della vita?

Amore.

Quanto pesa, di solitudine, trascinarsi giorno dopo giorno nel deserto di questo mistero?

 

UNA SCONFINATA GIOVINEZZA Italia 2010 di Pupi Avati.

Con Fabrizio Bentivoglio, Francesca Neri, Serena Grandi, Lino Capolicchio

 

LONTANO DA LEI (Away from Her) Canada/Gb/USA 2006 di Sarah Polley.

Con Julie Christie, Gordon Pinsent, Olympia Dukakis, Michael Murphy, Kristen Thomson, Wendy Crewson.

 

STILL ALICE, USA 2014 di Richard Glatzer, Wash Westmorelan

Con Jiulanne Moore, Alec Baldwin, Kristen Stewart, Kate Boswort


(Sintesi redatta da: Linda Russo)

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