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Data Notizia
02/04/2021

La bellezza salverà il mondo?

A questo punto non si parla quasi più di ripresa, ormai si confida in una rinascita: giusto, domenica si celebra la Pasqua di resurrezione. Chi ci tenderà la sua mano per accompagnarci fuori da questo tunnel? Sarà la bellezza ad aiutarci a rinascere? Rubiamo la domanda che Fëdor Dostoevskij mette sulle labbra di un suo indimenticabile personaggio: la bellezza salverà il mondo?

 

Quattro minuti

Non c’è nulla che possa far pensare alla bellezza nei primi cento minuti di questa storia desolata, ricca soprattutto di dolore. Alla fine, in soli quattro minuti, si celebra una trasgressione rispetto al copione d’una vita: una vera e propria catarsi. Si racconta dell’incontro, a volte aspro a volte violento, tra due donne.

Miss Kruger è una maestra di piano che da sempre, affrontando difficoltà anche di tipo burocratico, si ostina a lavorare in un carcere femminile. Sopravvissuta a un campo di sterminio nazista, dove perlopiù fu al centro di una brutta storia, cerca, nei lunghi anni successivi di poter affermare: “Ho dedicato la mia vita alla bellezza”. In carcere incontra Jenny, una sciagurata giovane detenuta ribelle, violenta, volgare, che dall’esistenza ha avuto già il peggio immaginabile: abusi, abbandono, una condanna per un delitto che forse non ha commesso.

La maestra, per puro caso, s’accorge che la ragazza, sotto la ruvida corazza entro cui si nasconde, possiede delle potenzialità non comuni. La sorprende mentre “maltratta” il pianoforte, le dice subito: “basta con questa musica da negri” e fissa i paletti di un corretto percorso di studio. Manco a dirlo la ragazza trasgredisce a qualsiasi regola imposta, ma la vecchia maestra non molla. Dopo numerosi scontri, anche violenti, riesce a iscriverla a un concorso importante, dove l’accompagna organizzando addirittura un’evasione dal carcere con la complicità di un secondino.

In un magnifico teatro Jenny si presenta sul palco, giudiziosamente aggiusta l’altezza del sedile del piano, si siede e dopo un silenzio prolungato, attacca la sonata di Schumann lungamente provata con la maestra. Ad un tratto, come colta da un raptus, si lascia condurre dall’istinto, abbandona Schumann e i quattro minuti della sonata vengono impiegati in una specie di corpo a corpo con lo strumento.

Intanto dal carcere si scatena una furiosa caccia all’evasa: polizia e guardie carcerarie, sirene spiegate nella notte della città tedesca all’inseguimento della ragazza, in quel momento impegnata nel suo selvaggio rito catartico. Percuotendo il pianoforte con tutta sé stessa - mani, gomiti, fronte, ginocchia e piedi - fa nascere dalle profondità misteriose di una natura da sempre umiliata, ma ancora viva, un turbine di suoni violenti, apparentemente disordinati, ma altamente affascinanti. Il pubblico, attonito, è come ipnotizzato, tutti i poliziotti, accorsi con una nugola di auto lampeggianti, si arrestano al limitare delle quinte, come paralizzati da quei suoni.

Il ricordo di chi scrive va a un’intervista di Claudio Abbado, il nostro grande direttore scomparso anni fa. Una sera, a Dresda, alla guida della Filarmonica di Vienna intuì che i suoi musicisti erano stati posseduti da una sorta di trance-da-capolavoro. Eseguivano la sesta sinfonia di Tchaikovsky, la famosa “Patetica”, quando l’autore, conscio della propria fine imminente, la “racconta” nel quarto movimento. L’esecuzione sortiva struggente al punto da stupire lo stesso maestro. Il quale, sulla eco dell’ultima nota, posò la bacchetta sul leggio in attesa dell’applauso. Ma l’applauso non arrivò. “Eravamo a Dresda”, dice, “non in un altro qualsiasi posto del mondo”. Ci furono ben 12 secondi di silenzio: un’eternità. Abbado racconta: al grande applauso liberatorio dopo un’esecuzione magica eravamo abituati. A quel silenzio no. Dopo 12 interminabili secondi prima uno, poi due, poi tutti si scatenarono in una indescrivibile acclamazione di pura riconoscenza. Avevano capito, quella sera, a Dresda.

Capirono, dopo un lungo silenzio, anche gli spettatori di quel teatro tedesco, dove una ragazza oppressa da sempre, maltrattando un piano a coda, aveva urlato la sua rabbia, e, contemporaneamente, il suo inno barbaro alla bellezza. Avevano capito le maestranze del teatro, i poliziotti, pronti con le manette ma immobili dietro le quinte. Aveva capito la vecchia maestra che, piangendo, sembrava dire “Ecco questa musica negra, ecco che sa raccontare il dolore”.

Ma eravamo in Germania, non in uno qualsiasi dei tanti posti del mondo. Se un giorno riusciremo a perdonare gli orrori del ‘900, sarà grazie alla consolazione recata all’umanità dalla grande musica tedesca.

 

Le vite degli altri

Nella Repubblica Democratica Tedesca, Gerd Wiesler è un agente della STASI, la polizia segreta di quel paese prima della caduta del muro di Berlino.

Comodamente seduto nel suo attrezzatissimo furgone, cuffia alle orecchie, occhio allo schermo, disponendo delle più sofisticate tecnologie, ha il compito di spiare Georg Dreyman, drammaturgo di successo nonché compagno di Christa Maria, la stella più luminosa del teatro di allora: si parla degli anni ‘80 del Novecento. Svolge il suo lavoro coscienziosamente, coltivando tuttavia una forte ammirazione per l’attrice, che incontra una sera, in incognito, in un caffè di Berlino Est. Quando si rende conto che l’accanimento che gli viene raccomandato dal suo superiore è frutto di un’infatuazione per lei da parte, addirittura, del ministro, inizia a dubitare che “Le vite degli altri”, privacy e libertà comprese, possano essere messe in gioco da un regime di polizia non soltanto per finalità politiche, ma anche per appetiti personali dei potenti.

Sotto lo sguardo implacabile dell’inquisitore, Dreyman riceve la visita di un regista famoso, purtuttavia impossibilitato a lavorare perché non allineato. Da lui riceve in dono un CD: “Sonata per le persone buone”. Poco dopo il regista, depresso, si toglie la vita.

Su una rivista dell’ovest compare un articolo sull’altissimo numero di suicidi nella Germania dell’Est. A scriverlo deve essere stato il drammaturgo spiato: questo fa comodo ai sinistri mandanti dell’inquisizione. “Portaci le prove” e Wiesler, la spia identificata con la sigla HGW XX/7, penetra clandestinamente nell’appartamento dello scrittore e s’imbatte in un libro di poesie di Bertolt Brecht: “Un giorno di settembre, il mese azzurro, tranquillamente sotto un giovane susino, io strinsi l’amor mio....”. Avviene in lui una metamorfosi: miracolo della bellezza? Questo, il film, sembra suggerire.

Fu Dreyman, effettivamente, a scrivere il famoso articolo sui suicidi. Fu Dreyman, ma non risulterà mai dai rapporti della STASI. Perché Wiesler, compromettendo la sua carriera e, forse, la sua stessa vita, effettua un magistrale depistaggio che mette al sicuro lo scrittore, ma insospettisce il capo della STASI. “Finirai in uno sgabuzzino ad aprire le buste col vapore” dice alla spia convertita. Lo vediamo, infatti, dopo la caduta del Muro di Berlino, smistare la corrispondenza in un ufficio postale. Intanto Dreyman, rovistando negli archivi della famigerata STASI, scopre di essere stato spiato e scopre pure la sigla della persona che, tradendo il suo compito, lo ha salvato.

Il finale, una lezione di cinema, ci fa dimenticare la tristezza del contesto. Trascinando il suo trolley pieno di posta cammina sul marciapiede, il neo-postino, quando nella vetrina di una libreria vede la gigantografia di Dreyman che promuove un suo libro “Sonata per le persone buone”. Possibile? “Solo io, da quando lo spiavo, sono a conoscenza di questa storia”. Entra nella libreria, apre il libro, legge la dedica: “A HGW XX/7 con riconoscenza”. S’avvicina alla cassa: “Devo fare un pacchetto regalo?” gli chiede il commesso”. “No, è per me”.

Queste le parole, solo queste. Il resto lo fa il cinema.

 

Green Book

La ricerca della bellezza è centrale anche in “Green Book” dove un bianco zotico e ignorante, perduto il posto di buttafuori in un night, si offre come autista ad un musicista di grande prestigio, colto e raffinato: nero.

Mano a mano che si rivelano le ragioni profonde che portano il pianista a scegliere, per la sua tournée, stati come Mississippi, Arkansas e Alabama affiora nell’autista una sorta di “coscienza civile”. Di fronte a un’elegantissima platea venuta per applaudirlo, al pianista viene inibito l’accesso al bagno dei bianchi. “Se non posso usare il loro bagno, se non posso cenare ai tavoli a loro riservati, perché devo suonare la mia musica?” E conclude: “decidi tu”. A questo punto sarà l’autista rozzo e ignorante (perché ancora una volta italo-americano?), sarà lui che per contratto viene pagato se nessun concerto salta, sarà lui che deciderà: “andiamo via”.

Siamo nei primi anni ‘60, Martin Luther King, ancora in vita, si batteva per quello che era ancora il suo sogno. È verosimile che il film, una storia vera, si concluda in un miserabile bar Only Blach con una memorabile jam session. Qui non c’è in ballo solo la forza catartica della musica. Altri temi s’intrecciano, forse troppi: l’amicizia, l’omosessualità, il pregiudizio, il razzismo.... il coraggio anche. Una battuta, per chiudere: “Per cambiare le cose non basta il talento, ci vuole anche il coraggio”.

 

In questo contributo abbiamo parlato di:

  • Quattro minuti, Germania 2006 di Chris Kraus con Monica Bleibtreu e Hannah Herzsprung;
  • Le vite degli altri, Germania 2006, di Florian Henkel von Donnersmatrck – con Ulrich Muhe, Sebastian Koch, Martina Gedeck, Ulrich Tukor;
  • Green book, USA 2018, di Peter Farrelly con Viggo Mortensen, Mahershala Ali, Linda Cardellini, Sebastian Maniscalco, P.J. Byrne



A cura di M.F


(Sintesi redatta da: Linda Russo)

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