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Data Notizia
28/10/2021

Le RSA: luoghi per l’innovazione

Il contributo di Marco Trabucchi

 

Gli eventi degli ultimi mesi hanno richiamato l’attenzione collettiva sulle residenze per anziani. Le reazioni sono state molto diverse tra di loro. Chi ha reagito in modo pesante, accusando le strutture di inadeguatezza rispetto al loro delicatissimo ruolo, mentre altri hanno assunto un atteggiamento fatalista di accettazione degli eventi e di disinteresse per l’evoluzione futura. Un terzo gruppo, poi, ha pensato ad una limitata operazione di maquillage, sostanzialmente continuando sulle strade precrisi. Infine, un gruppo ha deciso di seguire un percorso di rinascita, con una sostanziale rottura della continuità, perché il covid-19 non deve essere vissuto come l’interruzione di un percorso lineare, ma come l’inizio di un nuovo “mondo vitale”, nel quale le RSA devono collocarsi.

 

In questo periodo la politica sembra aver abbandonato le RSA, con ovvie conseguenze, tra le quali la più importante è il silenzio del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza; una situazione dalle conseguenze per alcuni aspetti drammatiche, che forse però potrà permettere maggiore libertà per riprogettare il futuro, se le realtà locali avranno la forza di reagire. Tuttavia, al fine di pensare razionalmente al domani è doveroso porsi alcune domande, per comprendere in quale atmosfera culturale e organizzativa si colloca la volontà di rinascere. Le Regioni pensano ancora che nelle RSA occorra personale formato o va bene chiunque, tanto gli standard sono saltati? La politica crede ancora nel dovere di assicurare ai residenti un minimo di cure, per permettere loro una vita da cittadini e non da pesi ingombranti per un’organizzazione sociale che vuole sentirsi libera? Hanno capito che se le RSA e i loro ospiti vengono di fatto abbandonati nel vuoto? Hanno compreso che questo è il primo passo per abbandonare anche altre categorie di persone fragili, ammalate, povere? Le risposte non arriveranno mai, ma sono ugualmente convinto che in questo momento solo un pensiero non continuista permetterà di progettare una vita vera per gli ospiti delle strutture per anziani.

 

Certo, mancano gli operatori, i bilanci sono stati compromessi dal Covid-19 e dalle vicende ad esso correlate, e chi dovrebbe pensare è spesso bloccato dalla retorica del passato (vedi le banalità sempre ripetute attorno all’umanizzazione); non esistono sedi di studio e ricerca dove realmente si possa ipotizzare un futuro di rinascita. Alcuni mondi, però, dovrebbero prendere iniziative coraggiose; penso a quello della cooperazione, a quelli legati alla tradizione religiosa, alle Fondazioni, alle sperimentazioni iniziate in alcune località… c’è ancora un enorme lavoro da compiere, anche creando alleanze con il mondo della ricerca. Non è più il tempo del restauro, ma di nuovi progetti per far vivere bene gli ospiti! In questa prospettiva è necessario offrire una formazione sempre più qualificata a chi lavora, per arricchire maggiormente di competenze la grande generosità dimostrata dagli operatori negli ultimi mesi. Dobbiamo pensare alle RSA come luoghi di vita, dove c’è desiderio ed impegno per rinascere. Cura e vita sono la stessa parola, perché senza cura non c’è vita; ma la cura richiede che anche le comunità locali siano disponibili a correre il rischio, insieme con le loro strutture per anziani, di pensare radicalmente al nuovo. Durante la pandemia abbiamo spesso creduto che non vi fosse più futuro per molte delle nostre realtà; ora, invece, stiamo capendo che c’è spazio tecnico, morale e civile per un nuovo inizio!

 

L’impegno è particolarmente gravoso, anche perché taluni ritengono insormontabili le difficoltà schematicamente riassunte sopra. Dobbiamo però capire che abbiamo davanti a noi sfide terribili (diminuzione drammatica delle nascite, aumento della speranza di vita e del numero di persone anziane portatrici di malattie croniche, la crisi della famiglia tradizionale e quindi delle modalità che storicamente hanno permesso all’anziano di rimanere nel proprio domicilio, la annunciata e probabile crisi a breve dei sistemi di welfare, anche la prevalenza dell’io sul noi che rende impossibili risposte ad alto valore solidaristico). Pensiamo forse di potervi rispondere con qualche lieve modernizzazione del modello tradizionale?

 

Chi legge queste note non pensi che vogliamo fare la rivoluzione; forti dell’esperienza del passato non toccheremo nulla di quanto oggi funziona prima di avere sperimentato alternative ed averne misurato i risultati. Però ci sentiamo impegnati ad offrire agli anziani fragili di domani progetti e risposte che siano davvero importanti per il loro benessere.


(Tratto dall’articolo )

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