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Data Notizia
08/02/2018

L'anziano e il lavoro: una prospettiva con molte facce

Il contributo di Marco Trabucchi

 

La problematica del lavoro dell’anziano presenta moltissime facce che vanno considerate senza superficialità né preconcetti. Sono infatti in gioco un grande numero di fattori, tra loro spesso interagenti; il decidere quindi per una posizione o l’altra è molto delicato. Questo richiamo introduttivo alla serietà delle problematiche in gioco si pone in controtendenza rispetto a posizioni sbandierate in tempi recenti, che non tengono in considerazione la delicatezza dell’argomento e la multiformità dei possibili approcci, nonché la realtà di domain diversi che dovrebbero portare a risultati rispettosi della dignità della persona e delle comunità.

 

In questo editoriale non mi occupo ovviamente dei problemi riguardanti la sostenibilità per il bilancio dello stato di alcune scelte; non si può però dimenticare che le spese per il welfare sono tra loro interdipendenti e che un eccesso di sbilanciamento a favore delle pensioni potrebbe ulteriormente restringere la quota di finanziamento dedicata ai servizi per gli anziani, a cominciare dall’assistenza domiciliare e dalle residenze. Non mi riferisco al fondo per la non autosufficienza, la cui dimensione è ridicola rispetto alle altre partite, ma all’insieme di costi che caratterizzano oggi l’inadeguato sostentamento pubblico ai servizi in atto oggi in Italia.

 

Abbiamo più volte affrontato la problematica del lavoro dopo la pensione e quella del prolungamento dell’età lavorativa. E’ un tema delicato, caricato di valenze psicologiche, sociali e anche politiche (particolarmente in questo periodo). Non vorrei quindi prendere una posizione rigida, che non tiene conto delle moltissime variabili che condizionano la decisione di taluni di lavorare quando altri riposano; ma anche rispetto al prolungamento dell’età pensionabile a 67 anni si deve ragionare con saggezza e prudenza, considerando sia gli aspetti macro (la sostenibilità economica del sistema pensionistico) sia le condizioni vitali di una persona ultra sessantacinquenne. Abbiamo infatti più volte sostento che il passare degli anni non induce un appiattimento generalizzato verso il basso, ma che, al contrario, è un fattore che aumenta la differenziazione tra gli individui. In questa prospettiva è importante un lavoro pubblicato di recente su una rivista geriatrica inglese nella quale è stata studiata per 6 anni una popolazione tra i 65 e i 74 anni per gli uomini e tra i 60 e i 69 per le donne, al fine di analizzarne la qualità della vita dopo aver deciso di lavorare oltre l’età di pensionamento. E’ stato dimostrato che chi è stato spinto a questa scelta da motivazioni positive (in particolare l’interesse per la propria attività), cioè i tre quarti del campione, mostra un rilevante miglioramento nel tempo della qualità della propria vita, mentre coloro che sono costretti a lavorare a causa di condizioni economiche disagiate presentano un peggioramento.

 

Qualcuno potrebbe trovare ovvi e intuitivi questi dati; però una dimostrazione ottenuta attraverso studi metodologicamente seri costituisce un’indicazione importante quando si dovessero prendere decisioni in questo delicatissimo ambito. Eventuali decisioni di innalzare ancora l’età pensionabile nei prossimi anni, a seguito dell’ulteriore aumento della spettanza di vita alla nascita, devono tener in conto non solo il problema serio dei lavori usuranti, ma anche valutare lo stato psicologico del lavoratore. Vi sono infatti lavori che soddisfano chi li esercita, anche in base all’approccio soggettivo che uno utilizza. Inoltre, se questi si trova in una condizione di serenità sociale accetterà senza problemi di continuare a lavorare, ricevendo vantaggi indubbi per il proprio benessere e per la propria salute; se invece il lavoratore si trova in una situazione di precarietà non riceverà alcun vantaggio dal prolungare l’età lavorativa, per cui a disagio si sovrappone disagio. Ciò porta a considerare che la continuazione del lavoro deve essere accompagnata da un significativo aumento del salario per venire incontro alle esigenze del lavoratore anziano, in modo che questi viva positivamente il tempo che deve ancora dedicare al lavoro.

 

Nei prossimi mesi si discuterà ampiamente di questi problemi; sarebbe auspicabile che qualsiasi decisone venga presa dopo aver esaminato tutte le possibili fonti di dati. I risultati delle decisioni politiche sono sempre imprevedibili in una società complessa; però è nostro compito cercare di ridurre al massimo le incertezze per il futuro in aree dell’organizzazione sociale ad alta valenza umana.


(Sintesi redatta da: Carlo Piloni)

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