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Regia

Cassavetes Nick

Titolo

Le pagine della nostra vita
Con: Ryan Gosling, Rachel McAdams, James Garner, Gena Rowlands, James Marsden
USA, 2004, min.127

Le pagine della nostra vita

Sempre in cerca di occasioni per parlare di vecchiaia con l’aiuto del cinema, che con la sua folgorante immediatezza riesce a farci risparmiare tante parole, mi imbatto in questa pellicola di Nick Cassavetes, una decina d’anni dopo averla vista, sopra pensiero, la prima volta. Consulto le due enciclopedie del cinema che abitano su uno scaffale di casa mia, con il solo scopo di riferirne correttamente nomi degli attori e anno di creazione, e trovo da una parte una stroncatura, dall’altra, dopo titolo, regia, interpreti e data, nulla. L’opera viene giudicata tanto scadente da non meritare una sola parola.

Perché? Perché parla di sentimenti e ne parla alla vecchia maniera.

Sappiamo degli enormi passi avanti della scienza e della tecnica e tutti i giorni ne misuriamo i vantaggi. Ma quali sono i vantaggi che la modernità ha regalato al modo di raccontare i sentimenti? A Dante per la sua Beatrice, a Petrarca per come ci racconta l’amore per la sua Laura, dobbiamo rimproverare un deficit di modernità? Non sarà invece che quelli che fanno opinione, nel timore di apparire retro, si vergognano dei sentimenti e trovano comodo, sempre e comunque, declassarli a sentimentalismi?

Adesso il film. In una casa di riposo isolata nel verde un uomo anziano va a far visita a una anziana ospite per leggerle ogni volta alcune pagine di una storia d’amore. Lei a volte lo accetta a volte no, è palesemente malata, alterna rari momenti di lucidità a frequenti amnesie. Ascolta tuttavia la storia dei due giovani innamorati con interesse. Dopo questo inizio l’ambientazione ci riporta indietro di una sessantina d’anni. Nell’America degli anni quaranta due adolescenti belli e felici s’innamorano e si scambiano promesse eterne a dispetto delle differenze sociali. La famiglia di Allie, la ragazza, è di classe alta, ricca e colta. Lui, Noah, è un umile falegname. Lo slancio dei loro gesti e delle loro parole ci fa dimenticare tutto questo: sono spontaneamente due forze della natura, vinceranno tutti gli ostacoli e dopo una lunga separazione coroneranno, come si dice, il loro sogno.

L’anziana signora dell’ospizio dice, un giorno:
- Questa è una bella storia, l’ho già sentita mi pare.
Arrivano i parenti a far visita all’anziano lettore e lo invitano a tornare a casa. Dalla sua risposta noi del pubblico cominciamo a capire:
- Sentite ragazzi, il mio amore è qui, non posso lasciarla, la mia casa è qui.
Su una pagina densa di emotività l’anziana signora un giorno s’illumina in viso ed esclama:
- Eravamo noi, adesso mi ricordo, eravamo noi amore mio!
Scopriamo allora che Noah, il ragazzo dell’altra storia, per essere vicino alla sua Allie si è fatto ricoverare nello stesso istituto e una notte, eludendo la sorveglianza s’introduce nella stanza di lei. Al mattino l’infermiera li troverà abbracciati per l’ultimo viaggio.

Non è un capolavoro, il film, sicuramente non lo è. Se si fosse limitato a raccontare l’innamoramento dei due ragazzi per accompagnarli poi, dopo ostacoli d’ogni genere, al tranquillo lieto fine, potremmo addirittura archiviarlo come un’opera inutile. Ma qui c’era altro che si voleva dire e indagare.
Come si poteva efficacemente rappresentare la tenacia di un sentimento inossidabile fino all’unisono dell’ultimo respiro, se non collocandolo sullo sfondo dello splendore della giovinezza? Il film non voleva soltanto raccontarci due giovani innamorati, stormi di anitre in volo e splendidi tramonti. Voleva suggerire, come già si è detto per Still Alice, che l’amore può vincere, sia pure per brevi momenti, anche la malattia del secolo. Il secolo grigio nel quale viviamo.

(Sintesi redatta da: Fausto Melloni)


(Fonte: )

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