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Regia

Avati Pupi

Titolo

Una sconfinata giovinezza
Con: Fabrizio Bentivoglio, Francesca Neri, Serena Grandi, Gianni Cavina, Lino Capolicchio
Italia, 2010, min.98

Una sconfinata giovinezza

Siamo troppo portati, pur di non riflettere sulla verità dei fatti, a rimpiangere il mitico passato nel quale gli anziani, portatori di saggezza e di esperienza, vivevano rispettati nelle loro famiglie fino all’ultimo respiro. Lo stereotipo esige questo e noi ci adeguiamo.

Ci adeguiamo, dimenticando, per esempio che Simone de Beauvoir, autrice di uno dei libri più importanti scritti sulla vecchiaia nel secolo scorso, dichiarava che fino al 1800 nelle campagne francesi difficilmente al vecchio nonno toccava soffrire fino all’ultimo giorno previsto dalla sua naturale scadenza. No, si provvedeva spesso in famiglia, si andava alla mairie a denunciarne la scomparsa; non c’erano, allora i RIS di Parma, sospettosi e impiccioni a ricercare indizi sulle possibili cause del decesso: tutto finiva lì. Questo per dire come i luoghi comuni, a forza di ripeterli, qualche volta riescono a diventare opinione diffusa e poi certezza, che non si discute. E a proposito del fatto che l’anziano scomodo o malato o affetto da demenza senile non si tenga più in casa come una volta, si ricerca la causa nell’egoismo crescente delle generazioni: giovani e non solo. Dimenticando che l’appartamento minuscolo non è più la cascina spaziosa della prima metà del 900; dimenticando che, se si lavora fuori di casa, non si può assistere chi della casa è prigioniero. Dimenticando, infine, le eccezioni, che ci sono e non sono poi rare come le mosche bianche. Scelte d’amore come quella raccontata in questo film ce ne sono. Andrebbero conosciute, rispettate, e forse maggiormente sostenute.
Qualche cenno sulla trama

Docente universitaria da 25 anni, sposata senza figli col giornalista sportivo Lino, Chicca nota che il marito ha sempre più spesso vuoti di memoria. Ostacolata dai parenti lo accudisce personalmente, ma quando lui ha un grave scatto di irosa violenza, accetta di allontanarsi lasciandolo alla cura di due assistenti famigliari. Lui le scrive, lei ritorna. Un incidente stradale in cui Chicca rimane gravemente ferita è il punto di rottura del racconto, fino a quel momento in alternanza tra il presente (l’avanzare del morbo di Alzheimer, la tenera devozione di lei) e il passato (l’infanzia di Lino, gli amici di adolescenza nel paese della provincia bolognese, il grande amore per il cane Perché, la scoperta un po’ maldestra del sesso…). Lontano dalla moglie, degente in ospedale dopo l’incidente, Lino si perde alla ricerca dei fantasmi di quel passato.
E’ possibile che la storia raccontata dal film appaia una vicenda di accudimento famigliare sostenibile, priva di aspetti crudi come altre che l’esperienza ci sottopone. Ma è possibile che anche altre, come quella per esempio raccontata dalla Famiglia Savage, rappresentino dei casi limite, pur se di segno opposto.

Qui, è vero, troviamo dell’accoglienza, soprattutto da parte della moglie del malato, ma anche del suo ambiente di lavoro. Alla redazione del giornale sportivo per il quale Lino lavora, la disapprovazione per le sue stravaganze è sempre temperata dall’amicizia che lo lega ai colleghi. “Dovevi parlare dei calciatori italiani che giocano in un campionato straniero, hai messo un box su quell’amico tuo d’infanzia che era senza palato…”. La moglie dice “Da alcuni mesi qualcosa in lui sta cambiando. Da allora passo ogni momento studiandolo, faccio di tutto perché non se ne accorga”. In alcuni casi, lo sappiamo, l’attenzione al declino del malato è finalizzata a individuare il momento in cui si dovrà pensare al ricovero. Al giornale incalzano, parlando con la moglie: “Al principio il pezzo è bello, c’è la sua capacità di interessare, di affascinare, poi si perde…”. Tirate d’orecchio quasi affettuose, mandate a dire dalla moglie, che saprà a sua volta ammorbidirle, utili a mantenere nel malato quella stima di sé che è indispensabile per andare avanti. Lei dice: “Me ne occupo io, ci penso io. Se non ci riesco io non ci riesce nessuno” Ma su un episodio troppo grave non si può chiudere un occhio. Per la festa che il giornale gli organizza in occasione del suo quarantesimo anniversario di collaborazione lavora lungamente per preparare il discorso. Poi, al microfono, non legge, parla a braccio e, tributando alla moglie il merito del suo successo, aggiunge: “Era bella da vestita, figuratevi quando l’ho avuta davanti a me tutta nuda”. Imbarazzo, qualcuno se ne va dalla sala; tentano di togliergli il microfono, lui si ribella. Violentemente, a casa, la picchia: “Mi hai rovinato la festa, la mia festa”. Le manifestazioni di violenza non sono altro che dichiarazioni d’amore, paura di perderti - dice il fratello di lei, medico - tu sei in pericolo. Chicca accetta di allontanarsi, lasciandolo alla cura di due assistenti domiciliari.

Il crinale è questo, normalmente. Ci si rassegna ad affidare il malato ad altri. Dolore, sensi di colpa, ma normalmente indietro non si torna. Quante donne vivrebbero il momento della violenza, unica ma grave, come occasione per arrendersi? Chicca no. Riceve una lettera da lui e torna a casa. “Non ti devi preoccupare, ci sono io. Ci sono io, non devi aver paura”. In un negozio di giocattoli chiede un gioco adatto ad un bambino di sei anni, senza troppa tecnologia, così posso essere io ad insegnarglielo. A casa Lino non riesce ad imparare, “giochiamo alla pista, ti va?”. Ed è lei allora che si stende sul pavimento e con piccole spinte del medio e del pollice sui tappi di bottiglia, Nencini, Defilippi, Bartali, Coppi; Magni… gioca con lui. “Stanotte ho avuto la sensazione che sia diventato quel bambino che non ho mai avuto, ma che oggi è mio e che io potrò essere la sua mamma, almeno fino a quando non mi scapperà via e io non saprò dove si sarà andato a nascondere”.

Ma il destino li separa. Lei è vittima di un incidente stradale sotto casa, lui la vede dal balcone, il tempo di scendere in strada e si confonde tra gli astanti, mentre l’ambulanza arriva, come fosse un estraneo. 
E qui è necessario fare i conti con tutto il moralismo gratuito di chi, di fronte a comportamenti anomali, sia del malato che di chi se ne prende cura, si permette di pronunciare giudizi a vanvera.
Chicca e Lino non si incontreranno più. Mentre lei, in ospedale, lotta per sopravvivere, lui in treno, in taxi, a piedi raggiunge il paese sulla collina delle sue memorie e riesce a trovare gli amici della sua infanzia. Uno al cimitero, l’altro, proprio quello senza palato, in una casa di riposo. Alla ricerca del cane Perché, affidato a uno dei due più di mezzo secolo prima, Lino s’incammina verso le colline mentre il sole, lo sappiamo, spazzerà via le ultime bave di nebbia mattutina. Sappiamo anche che nel suo profondo, nei momenti sempre più rari di coscienza, c’è la speranza. Di ritrovare il cane, oppure i colleghi, oppure la sua amata Chicca. La speranza. Perché nessuno di quelli che gli furono vicini, pur nella miseria della malattia, ha mai mancato di portargli rispetto. O di volergli bene.

“C'è un bambino che scappa e la sua mamma si dispera perché non riesce più a trovarlo. Dove vanno tutti i bambini che scappano? Perché è così segreto e irraggiungibile quel luogo? Perché le loro mamme non sanno più trovarlo?”.
A chiudere il film, con queste parole, è una voce di donna.

(Sintesi redatta da: Fausto Melloni)

 


(Fonte: )

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