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Regia

Dresen Andreas

Titolo

Settimo cielo
Con: Ursula Werner, Horst Rehberg, Horst Westphal, Steffi Kühnert, Werner Schmidt
Germania, 2008, min.98

Settimo cielo

L’amplesso amoroso, esplicitato ben oltre le lenzuola, fa il suo ingresso nel cinema con Estasi, un film cecoslovacco che va ricordato sia per questa sua caratteristica, sia perché la protagonista, Hedy Lamarr, oltre a disporre di una bellezza straordinaria, di straordinario aveva anche il cervello. Fu infatti una scienziata di valore, autrice di scoperte che ancora oggi influenzano il mondo della telematica.


Siamo nel 1933 e quando nove anni dopo Alessandro Blasetti nella sua “Cena delle beffe” scandalizza la piccola Italia codina esibendo il seno nudo di Clara Calamai, per il resto del mondo si tratta di un dejavu.

Ma dovevano passare una settantina d’anni prima che potessimo godere di carni molto attempate che si compenetrano a tutto schermo.
Parliamo naturalmente di “Settimo cielo”, il film tedesco che non ha pietà (ma questo capita a volte nel paese della Volkswagen) né del “comune senso del pudore” come si diceva una volta in canonica, né del “comune buongusto”.
Due anziani (Inge, 60, Karl, 76 anni) si amano sfrenatamente in un’opera che porta con sé, dice il critico “la grazia della farfalla, la potenza di una penetrazione ancora possibile, dolce, sfiorata, non violenta”.
Si vorrebbe sapere dove abita la grazia della farfalla nei primi piani impietosi di carni stagionate che mai e poi mai dovrebbero essere violate dalla cinepresa, se non per mostrare l’applicazione di una protesi, oppure gli esercizi necessari a contenere l’avanzata dell’artrosi.
Sembra, a questo punto, di avvertire il mormorio di protesta di chi si nutre di certezze: siamo tutti cittadini di questo mondo, uguali in dignità e diritti, giovani e vecchi, guai discriminare gli anziani!

Siamo tutti uguali, è vero, di fronte alle leggi, di fronte alla natura no. Essa ci ha fatti prima giovani e belli, dopo decadenti nel corpo quanto più siamo potuti crescere in saggezza ed esperienza. L’amplesso amoroso degli anziani infastidisce qualcuno, come qualcun altro sarebbe infastidito nel vedere rappresentato un adolescente con le movenze e la flemma, la prudenza e la saggezza che sono proprie di un anziano.
Evviva dunque il piacere amoroso di due anziani, ma che si svolga possibilmente sotto le coperte, dove la memoria può guidare la mano alla ricerca di primizie trascorse, ormai sfiorite ma vive nel ricordo; dove la fantasia può inventare picchi di dolcezza che nessuna immagine potrà raccontare.
Non era meglio, questo amore senile, raccontarlo con delicatezza? Non era meglio, nei momenti cruciali, ricorrere all’espediente collaudato della dissolvenza, ipocrita ma pietosa, verso fronde agitate dal vento e uccellini che fanno cip cip?
L’abbiamo sofferto mille volte, noi che siamo nell’ottantina, questo scippo di giovani corpi che si amano, belli e nudi comediocomanda, perché dobbiamo subirla adesso una lezione di vetero-realismo non necessaria?
Se la giovinezza, che ha le sue ragioni, è ormai cosa di pochi, non per questo dobbiamo strizzare l’occhio ai vecchi mettendo sullo schermo i loro desolati, anche se appassionati, amplessi. La bellezza abita altrove: quella che alcuni vogliono vedere in questo film non salverà il mondo, è garantito.

E poi come si fa a focalizzare tutto su una storia d’amore senza far caso alle vittime lasciate per strada? Come si fa a trascurare il punto di vista di Werner, il marito di Inge, che ha la sola colpa di appassionarsi troppo ai film sulle locomotive a vapore? Quando decide di suicidarsi siamo ancora nella “grazia della farfalla – come scrive il critico – dolce e non violenta”?
Insomma un film tedesco da vedere e dimenticare al più presto, che ai cugini non venga in mente di inaugurare una serie invasiva come le auto del loro popolo e altrettanto inquinante. (Fausto Melloni)


(Fonte: )

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