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Autore

Editore
Interlinea (Studi storici) 2017, pp.248

Il Conte falegname

Intervista a Fausto Melloni, autore de Il Conte falegname e Presidente Onorario di Pro Senectute Omegna.

 

Cominciamo dalle domande facili: di cosa parla il libro?

Il libro parla dei primi 20 anni della Pro Senectute, un’associazione che è nata nel 1974 a Omegna e che tuttora opera promuovendo il volontariato per gli anziani e degli anziani. Inoltre, in alcuni capitoli scritti dal filosofo e teologo Giannino Piana, parla del Centro Maderna, un centro studi sulla condizione anziana aperto negli nel 1988 grazie all’esperienza della Pro Senectute. Proprio da quest’ultimo nacque poi la Fondazione Leonardo.

 

Perché la storia della Pro Senectute è così speciale?

È stata speciale perché a quei tempi si pensava soprattutto al volontariato per gli anziani. La prima attività della stessa Pro Senectute è stata quella che fu chiamata “Anonima Restauri”, che consisteva nell’aiutare gli anziani omegnesi a svolgere piccoli lavoretti domestici. Il volontariato degli anziani nacque più tardi in Italia, ma con un grosso limite (ancora oggi non superato): gli anziani venivano reclutati solo per svolgere piccoli compiti perlopiù pensati e stabiliti da altri (vigilanza davanti alle scuole o ai musei, aiuto agli attraversamenti pedonali ecc.).

L’innovazione della Pro Senectute, invece, è stata proprio quella di voler far nascere i progetti di volontariato dagli anziani stessi. Questo era l’obiettivo dell’associazione: mostrare alle persone anziane la possibilità di vivere fino in fondo le proprie vite anche da vecchi, e dimostrare che la progettualità non ha limiti di età. Così, tra le tante attività, venne fondata l’orchestra “Omegna Cara” (che arrivò a suonare al Teatro Lirico di Milano e al Piccolo Regio di Torino), nacque il Centro d’Incontro, venne inaugurato un percorso vita attivo ancora oggi. Per non parlare dell’Oasi della Vita, quella che è diventata la casa dell’associazione nella quale tuttora c’è un ristorante attivo e una cinquantina di orti messi a disposizione degli anziani. Tutte queste sono opere realizzate con il lavoro volontario degli anziani della Pro Senectute e molte di queste vennero poi donate alla comunità, per un patrimonio che ai tempi si stimava in centinaia di milioni di lire.

 

Qual è stata un’esperienza emblematica nella storia della Pro Senectute?

Potrei dire ancora di queste grandi opere realizzate da anziani senza chiedere un centesimo di denaro pubblico. Ma preferisco parlare di un’iniziativa che fu a mio avviso tra le più importanti, e che forse non venne mai del tutto capita: il concorso “Un Premio chiamato Vita”, un progetto che riuscì ad animare quasi mille persone nelle 7 USL dell’allora Provincia di Novara. Il concorso (che prevedeva, al di là del titolo, dei premi materiali) venne pubblicizzato in tutta la provincia con azioni di teatro di strada, e si poneva come obiettivo sconfiggere la solitudine e mostrare agli anziani che dentro di loro c’erano ancora le risorse per essere utili alla comunità.

Dividemmo l’azione in tre fasi: salute, informazione, dono. La prima fase si proponeva di dare indicazioni su come mantenersi in buona salute anche nella terza età; vennero organizzati incontri su alimentazione, importanza del moto e dello sport, lavoro ecc. La seconda fase, invece, era volta a stimolare l’esigenza di informarsi nell’anziano: periodicamente si stilava il cosiddetto “Giornalone” con le notizie trovate dagli anziani stessi. La terza fase, la più importante, era molto semplice: se godi di buona salute e vivi informato, non puoi fare a meno di accorgerti di essere utile. Vennero quindi forniti agli anziani degli strumenti di ricerca per scoprire i bisogni della propria comunità e attivarsi autonomamente in azioni di volontariato.

Fu un’esperienza straordinaria. Il concorso ebbe così tanto successo che sei dei sette primi premi (che consistevano in dei viaggi a Parigi, uno per ogni USL) non vennero riscossi: venne chiesto in alternativa il corrispettivo in denaro da utilizzare per fondare delle associazioni di volontariato per proseguire autonomamente le attività cominciate durante il concorso.

 

Riguardo al titolo: chi è, o cosa significa, il “Conte Falegname”?

Francesco Manzoni, un anziano di Omegna, direttore di una ditta di falegnameria, mi confidò, dopo aver partecipato al concorso “Un Premio chiamato Vita”, che grazie alle sue ricerche aveva capito che c’era da dare una mano ad un gruppo di ragazzi del posto con disagi psichici (anche gravi). Lui e quattro suoi vecchi dipendenti si sarebbero messi a disposizione per insegnare i rudimenti della falegnameria a questi ragazzi. E così fu. Si misero in un capannone nell’Oasi della Vita di Omegna, dove lui appiccicò ad una finestra sporca il disegno di una cassetta degli attrezzi e disse “Ragazzi, fino a che non la facciamo rimaniamo qui”. Qualche settimana dopo uno dei ragazzi andava in giro per l’Oasi con una cassetta degli attrezzi appesa al collo chiedendo a chiunque incontrasse “Sai chi ha fatto questa cassetta qui? L’ho fatta io con quelli là, ma quelli sono fuori di testa!”.

Ma Francesco Manzoni non volle fermarsi alla cassetta degli attrezzi. Volle puntare alto: disegnò un salotto tirolese da far costruire interamente ai ragazzi. Ci misero due anni, e non fu semplice, ma alla fine riuscirono a realizzare un salotto coi fiocchi che (ora me ne pento amaramente) fu messo all’asta e venduto per tre milioni e mezzo di lire. Fu un miracolo. Alcuni dei ragazzi, successivamente a questa esperienza, riuscirono anche a trovare delle occupazioni retribuite.

Ebbene, per tornare alla domanda, questo Francesco Manzoni veniva dalla Romagna ed era un Conte.

 

Perché scrivere questo libro adesso?

Francamente ho sempre desiderato che si scrivesse qualcosa sui primi 20 anni di questa associazione (d’altronde, tante tesi di laurea sono state scritte a riguardo). Ma la spinta a impugnare la penna solo adesso è venuta dal timore che potessero essere dimenticate tutte quelle vite anziane spese nel dono e nella disponibilità verso gli altri. Non potevo non ringraziare tutti coloro che ci hanno aiutato e hanno fatto parte di questa esperienza. Questo libro è stato scritto per loro.

 

La Pro Senectute è stato un piccolo miracolo isolato oppure è possibile, oggi, replicare l’esperienza in altre zone d’Italia?

Penso che sia possibile e doveroso, ma anche molto difficile. Purtroppo ancora oggi si fa fatica a trovare qualcuno disposto a puntare sugli anziani. Per far sì che un’esperienza simile possa replicarsi servono passione e fantasia da investire in un campo (la vecchiaia) che di solito si è abituati a non associare a nessuna delle due.

 

Oggi l’associazione che cosa fa?

Fa un ottimo lavoro: sia nelle attività tradizionali come gestione degli orti, rifacimento del Percorso Vita, ristorazione solidale; sia in campi nuovi come “Caffè Alzheimer”, integrazione scuola-lavoro, laboratori artigianali, coinvolgimento giovani migranti e altro. Con la stessa passione dei miei tempi.


(Sintesi redatta da: Carlo Piloni)

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