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Regia

Nakache Olivier, Toledano Eric

Titolo

Quasi Amici
Con: François Cluzet, Omar Sy, Anne Le Ny, Audrey Fleurot, Clotilde Mollet
Francia, 2011, min.112

Quasi Amici

Le nostre recensioni

(di Carlo Piloni)

 

La pellicola del 2011 diretta dal duo Nakache/Toledano ha riscosso grande successo di pubblico e critica, tanto da spingere Hollywood a realizzarne un remake (The Upside – 2017; non ancora distribuito nelle sale).

 

La storia comincia con l’incontro tra Driss e Philippe, che cambierà la vita ad entrami. Il primo è un giovane di colore, squattrinato e senza lavoro, appena uscito dalla prigione; il secondo un miliardario paralizzato dal collo in giù in cerca di un assistente (un badante a tutti gli effetti) che lo segua giorno e notte in tutti i suoi bisogni.

 

Driss sta cercando di certificare la sua ricerca di un’occupazione al fine di garantirsi il sussidio di disoccupazione e finisce per ritrovarsi nel lussuoso salotto di Philippe, in attesa di svolgere un colloquio per il posto di assistente personale. Nonostante i suoi modi schietti e provocatori sembrino essere totalmente fuori luogo (si presenta senza nascondere il suo intento di ricevere la firma per percepire il sussidio), qualcosa in lui colpisce Philippe, che decide di assumerlo, nonostante tutto e tutti (Driss in primis) gli consiglino il contrario. Comincia così questo rapporto che scardinerà la vita rigida e sopita di Philippe e responsabilizzerà Driss; un percorso che arricchirà entrambi.

 

Quasi amici è un film in grado di superare il pregiudizio: verso lo straniero e verso il povero (Driss), verso il malato e la sua condizione (Philippe). La caratterizzazione dei personaggi gioca un ruolo fondamentale in questo, fin da subito Philippe e Driss riescono ad inquadrarsi a vicenda. Il primo riconosce nel poco raccomandabile giovane la libertà e la spensieratezza cui lui, nella sua condizione, aspira più di ogni altra cosa. Driss, dal canto suo, non fa nessuno sconto a Philippe in quanto invalido: lo pone sempre al proprio livello, né sopra né sotto, e soprattutto non si perde mai in compatimento e commiserazione.

 

L’elemento più interessante, tuttavia, lo troviamo analizzando la struttura del film, che percorre strade poco battute: da un lato si cerca di eliminare (quasi) tutti i momenti di facile emozione nonostante la narrazione vi si presti, preferendovi leggerezza e ironia; dall’altro si suggerisce una via originale di emancipazione dell’emarginato dalla società, lo straniero che viene dalla strada. Nel rapporto tra i due, infatti, chi avrà un ruolo costantemente attivo, sia in veste di mentore sia in veste di allievo, sarà proprio Driss. Sarà lui a guidare Philippe nel suo percorso di crescita e lui a sfruttare l’occasione di riscatto concessagli da Philippe, mentre sarà quest’ultimo a inciampare durante il suo percorso, non Driss, che invece lo aiuterà a rialzarsi.

 

L’unico difetto del film risiede nel fatto che (credo volutamente) l’incontro non diventa mai scontro, né nell’accoglienza del diverso né nel rapporto di cura, andando a dipingere una realtà che chi è avvezzo a vivere certe situazioni sa essere diversa e irta anche di difficili momenti di confronto e incomprensione. Per il resto, a sette anni dall’uscita rimane ancora un film attualissimo sul valore dell’incontro culturale e del superamento del pregiudizio che va a compromettere nel profondo la vita (talvolta l’identità) di una persona.


(Fonte: )

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