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Data Notizia
17/01/2019

Quando si diventa vecchi? Questione burocratica o stile di vita?

Il contributo di Marco Trabucchi

 

Alcune recenti notizie di cronaca hanno acceso sui media il dibattito su quando si diventerebbe vecchi. Ovviamente l’argomento deve interessare molto i nostri contemporanei, altrimenti non ne si sarebbe parlato tanto! Ma perché ciò è avvenuto? Non siamo forse contenti del fatto che la nostra spettanza di vita alla nascita è aumentata moltissimo negli ultimi decenni? C’è da pensare che questo “assaggio” di vita “quasi-eterna” abbia stimolato la fantasia di molti, e non solo dei pochi che stanno sperimentando le varie forme di ibernazione per conservare - almeno così credono - i nostri corpi intatti per quando le scoperte della scienza li renderanno immortali!

 

La dichiarazione della Società Italiana di Gerontologia e Geriatria che ha suscitato tanto scalpore, e cioè che si diventa vecchi a 75 anni e non più a 65, parte da un dato indiscutibile. Oggi si vive molto più a lungo di qualche decennio fa. Si sono infatti guadagnati 20 anni di spettanza di vita alla nascita dalla fine della guerra. Questo fatto si è ovviamente accompagnato ad un cambiamento della condizione umana e vitale, per cui i 65enni di oggi si trovano in uno stato che era quello dei 50enni di 30 anni fa. Questo insieme di dati ha reso plausibile lo spostamento della barriera teorica che segnala l’ingresso nella tarda età; quindi l’affermazione che si diventa vecchi a 75 anni è semplicemente la presa d’atto di un fenomeno importante, noto da molto tempo, cioè uno spostamento in avanti della durata della vita. Qualcuno aggiunge a questa considerazione il fatto che la vecchiaia “entrerebbe in azione” quando mancano attorno a 10 anni alla morte; di fatto oggi sappiamo che un uomo di 75 anni ha ancora da vivere in media 10 anni e una donna quasi 15…. quindi tutto sembrerebbe logico…. anche se con adeguati scongiuri!

 

Ma perché ci interessa sapere quando invecchiamo? Non dobbiamo dimenticare che la paura della morte (e quindi degli anni che la precedono, con le loro conseguenze sul piano vitale) fa parte della storia dell’uomo di tutti tempi; quindi, quando si affronta questo argomento siamo tutti interessati, anche chi si pone in atteggiamento critico, ma non disdegna di osservare cosa accade nello scenario. Siamo tutti desiderosi di rallentare la mannaia del tempo; d’altronde, perché tanto impegno nel controllare l’aspetto fisico del nostro corpo, nel cancellare le rughe, nel mantenere una bella capigliatura? Chi accetta a fatica il segno del tempo sulla pelle sarà interessato a sapere quando si diventa vecchi, perché spostando in avanti la lancetta della durata della vita si potrebbe spostare in avanti anche quella che segna il sopraggiungere di condizioni spiacevoli, come quelle sopraindicate.

 

Un'altra considerazione collegata con la durata della vita riguarda la fruizione dei servizi; molte delle esenzioni o benefici riservati oggi agli ultra sessantacinquenni dovranno essere cancellati e limitati a fasce più vecchie della popolazione. Si tratta di una presa di posizione che non sarà certamente gradita a molti, ma riflette lo stato delle cose e, in particolare, permette la sostenibilità economica dei servizi stessi, compromessa dall’enorme ampliamento, avvenuto in questi anni, della platea dei fruitori. Il risparmio ovviamente dovrà essere realizzato in modo selettivo, preservando gli ammalati cronici, la cui numerosità aumenta con l’età; inoltre, si deve considerare che il risparmio va investito nelle età più avanzate, consentendo di conseguenza una copertura più vasta e di qualità dei bisogni di cura e di assistenza degli ultrasettantacinquenni. Si deve anche pensare al sistema pensionistico; infatti è naturale che dopo lo spostamento in avanti dell’età di vecchiaia anche l’età di pensionamento vada spostata in avanti e di conseguenza l’età lavorativa, con le ovvie ricadute sulla vita di moltissime persone, sia sul piano pratico che psicologico.

 

Ma quali fattori hanno determinato il ringiovanimento della specie umana, che ha portato alle considerazioni riportate in questa nota? Anche se non tutto è chiaro in questo ambito, si deve ricordare che alla base vi sono le migliori condizioni di vita che hanno progressivamente caratterizzato gli ultimi decenni: migliore alimentazione, migliore condizione delle abitazioni, lavori meno stressanti e pericolosi, maggiori interessi vitali, migliore educazione sanitaria, ecc. Quindi nel complesso abbiamo assistito a un grande progresso umano, che si è riflesso sulla maggiore durata della vita, che ha inciso sulla struttura biologica stessa degli individui attraverso il meccanismo dell’epigenetica.

 

In sintesi: vita più lunga, riduzione dell’ampiezza di alcuni servizi, coscienza che come famiglia umana si vive meglio anche in termini qualitativi (salute psichica e somatica, dinamiche economiche e sociali, ecc.). Però, purtroppo, vi sono all’orizzonte alcuni segnali preoccupanti, come la diminuzione della spettanza di vita avvenuta negli USA da qualche anno e un fenomeno simile, anche se meno grave, verificatosi anche da noi. Dobbiamo quindi pensare seriamente a creare le condizioni perché il grande progresso degli ultimi decenni possa continuare; siamo in una barca in movimento, alla quale dobbiamo imprimere una giusta rotta. Di fatto, invece di preoccuparci se saremo vecchi più tardi, dovremo seriamente preoccuparci perché quanto abbiamo guadagnato in termini di tempo di vita in questi anni possa essere conservato, facendo scelte ponderate, sia a livello individuale che collettivo.


(Tratto dall’articolo )

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