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Data Notizia
13/02/2019

Quota 100 e gli anziani

Il contributo di Marco Trabucchi

 

È una splendida prospettiva o un danno costruito alle spalle di tanti individui e della comunità nazionale?

 

Non voglio prendere una posizione drastica, ma indicare alcuni aspetti critici, derivanti dalla mie conoscenze culturali e cliniche, che ritengo possano portare qualche contributo ai concittadini per formarsi una propria idea sul provvedimento. Né affronto il problema della compatibilità economica generale del provvedimento; non conosco l’argomento e posso solo sperare che quota 100 non imponga restrizioni in altre aree del nostro sistema di welfare, già per diversi aspetti in condizioni critiche.

 

Molti ritengono il lavoro una sorta di maledizione che opprime la libertà dell’uomo di fare quello che ritiene più opportuno; una visione che deriva soprattutto dai lavori del passato, che coinvolgevano l’individuo senza garantirgli spazi di libertà. Oggi, lo spettro dei lavori possibili nella società contemporanea è molto diverso da allora, perché i lavori ad alto contenuto tecnologico dovrebbero comprendere una forte interazione con il lavoratore interessato.

 

Ma siamo certi che andare in pensione a 62 anni costituisca una liberazione, l’inizio di una vita di soddisfazione, in una giornata caratterizzata dalla libertà di fare quello che si ritiene più opportuno? Sullo sfondo è necessario considerare il fatto che l’aumento della spettanza di vita alla nascita ha cambiato la condizione psicologica e somatica della persona che invecchia. Il 62enne di oggi ha una struttura biologica, intellettiva, sociale paragonabile a quella del 50enne di qualche decennio fa. Chi avrebbe mai pensato allora di mandare in pensione un cinquantenne, se non per motivi ben precisi (stato di salute, lavori particolarmente usuranti)? È un aspetto che non sembra interessare il dibattito; è però una dimenticanza, più o meno voluta, che avrà conseguenze tra qualche tempo quando i vecchi-giovani incominceranno a lamentarsi per la perdita del senso della vita indotto dalla cessazione del lavoro.

 

Molti oggi dichiarano che attendono il provvedimento di quota cento con grande ansia, perché avranno molte cose da fare dopo la fine del lavoro: hobbies, viaggi, volontariato, ecc. Ma io ritengo che queste attese si spegneranno rapidamente, dopo qualche momento di riposo in più, qualche ora a disposizione per occuparsi di se stessi, qualche incontro con ex colleghi e coetanei. Tutto bene… apparentemente. Poi, rapidamente, apparirà chiaro che il tempo libero è piacevole se rappresenta una parte della giornata, non tutto il giorno. E poi vi sono i limiti alle relazioni imposte da una comunità sempre più povera di luoghi di incontro e di relazioni; inoltre, per riempire il tempo spesso occorrono dei soldi, che non sempre possono essere sottratti a pensioni poco generose.

 

Sigmund Freud ha scritto una frase di grandissimo significato quando fu interrogato rispetto ad un consiglio da dare alle persone in difficoltà: “amare e lavorare”. Sono due condizioni che spesso vanno avanti assieme. Il lavoro permette una vita equilibrata, nella quale trova sempre uno spazio importante l’amore. L’Associazione Italiana di Psicogeriatria, che ho l’onore di presiedere, ha dedicato un particolare impegno a costruire condizioni culturali e pratiche per combattere la solitudine, in particolare in età avanzata. Il fatto più certo è che l’amore ricevuto e donato è il mezzo più efficace per combattere la solitudine, anche quando la fine del lavoro tende a causare chiusure, rinunce, l’appartarsi dalla vita collettiva. Le certezze che il lavoro riesce a dare a molti sono un antidoto forte alla solitudine; per questo il pensionamento non può essere considerato come un dono straordinario: potrebbe anche nascondere aspetti molto negativi.

 

Ma ormai quota 100 è stata approvata e non ci resta che sperare nella saggezza di molti nostri connazionali. Prima di farne richiesta è opportuno guardarsi dentro ed attorno, per capire - se la previsione in questo campo è possibile - se la libertà offerta dal tempo reso disponibile offrirà davvero una vita più serena e piena di senso. È necessario non farsi dominare dall’euforia che consegue all’idea di poter dormire qualche ora di più, di non dovere affrontare il commuting in mezzi inadeguati, affollati sempre, freddi d’inverno e bollenti d’estate, di non avere il caposquadra o il capo ufficio prepotente e noioso sempre dietro le spalle… un sentire che, seppur pervasivo, non deve imporre una scelta di cui molti potrebbero pentirsi, considerando che dai 62 la vita può durare ancora altri 20-25 anni.


(Tratto dall’articolo )

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