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Data Notizia
21/03/2019

Solitudine e crisi della famiglia

Il contributo di Marco Trabucchi

 

Inizio con questo pezzo una serie di articoli sul problema della solitudine dell’anziano. Cerco così di allargare il consenso attorno alla campagna dell’Associazione Italiana di Psicogeriatria che dall’anno scorso si è impegnata a diffondere attenzione, cultura e proposte attorno al problema della solitudine dell’anziano.

 

In questi ultimi mesi si va diffondendo maggiore conoscenza su questo tema drammatico e doloroso; mi auguro che anche questi pezzi possano concorrere - nel limite della loro dimensione - a rendere più attenti i lettori di questa newsletter, da tempo coinvolti nelle tematiche più complesse riguardanti la vita dell’anziano fragile.

 

Troppo spesso la solitudine è indotta dalla crisi della famiglia, che porta i suoi componenti a vivere senza gli appoggi psicologici e pratici che questa è normalmente in grado di fornire.

La crisi della famiglia è una delle turbolenze sociali che maggiormente caratterizzano il nostro tempo. Spesso condizioni oggettive di vita portano alla lontananza da chi ha più bisogno di una parte del nucleo, come conseguenza, ad esempio, delle scelte lavorative o di legami affettivi affievoliti; chi resta, vive la solitudine, e la mancanza di supporti concreti, spesso anche quelli organizzativi ed economici. Si deve convivere con questa realtà, per quanto pesante da gestire sul piano concreto e delle relazioni; è una turbolenza sociale che colloca le sue radici nella perdita di valore dei legami stabili, del sacrificio, della disponibilità senza compenso.

 

Talvolta nelle strade si incontrano homeless che attribuiscono la causa della loro situazione all’espulsione dalla famiglia per varie ragioni; l’evento è sempre più frequente anche a causa della perdita di tolleranza, per cui ogni sconfitta nelle relazioni tende a non rimarginarsi e a provocare reazioni a cascata. Così sono sempre più frequenti le separazioni che portano alla solitudine del componete più debole del conflitto, il quale sarà poi quello stesso che subirà le conseguenze più rilevanti sul piano della qualità della vita e della solitudine.

 

Oltre a queste manifestazioni palesi, le più gravi dal punto di vista dell’osservatore esterno, la crisi della famiglia produce molte solitudini “abitate”, che spesso sono ancor più dolorose di quelle palesi. Quante incomprensioni tra coniugi e tra figli e genitori provocano nell’animo dolori e sofferenze, che con il tempo diventano solitudini per l’incapacità di chi è disperato di ricostruire legami all’interno della famiglia!

Non disponiamo di strumenti conoscitivi per prevedere l’evoluzione futura della famiglia come istituzione che accompagna, protegge, aiuta; si assisterà a fenomeni drammatici, anche se non possiamo escludere la comparsa di nuove modalità per costruire comunità primarie in grado di garantire vite serene anche nelle difficoltà. L’evoluzione dei costumi è così rapida che non si possono escludere anche modificazioni di andamenti che sembrerebbero irreversibili; siamo osservatori impotenti, ma non ciechi. Non vorremmo però assistere all’impossibilità di sopravvivenza di mondi popolati di solitudini che dovranno affrontare crisi insopportabili e quindi a rischio di soccombere.

 

In famiglia talvolta la solitudine, venutasi a creare per cause diverse, fa nascere atteggiamenti violenti. La frase dell’uomo “Se mi lasci io non sono più niente”, ripetuta così di sovente da parte di chi esercita violenza contro la partner, è la dimostrazione verbalizzata di come la solitudine allontana da rapporti normali e possa, in casi estremi, essere la causa di inaudite violenze, come talvolta avviene.

 

Nella famiglia talvolta si sviluppano “eremiti sociali”, giovani che si estraneano completamente dalla collettività per rinchiudersi nella propria stanza e comunicando solo attraverso i social e le altre tecnologie, come i videogiochi on line. Il fenomeno ha avuto uno sviluppo drammatico in Giappone, dove gli hikikomori sono molto diffusi; in Italia è ancora poco studiato, anche se il problema inizia ad essere discusso all’interno della scuola. Quali ne siano le cause è incerto, anche se certamente vi è la difficoltà ad avere relazioni, per rifugiarsi in un mondo chiuso, apparentemente privo di elementi aggressivi, in particolare nel mondo notturno, che sembra essere il più tollerante e protettivo.

 

Anche alla parte opposta del ciclo vitale, si verificano situazioni di estrema solitudine, che portano al vistoso fenomeno delle morti solitarie degli anziani. Non vi sono rilevazioni quantitative del fenomeno, che però sembra avere un trend di crescita molto forte. In Giappone è stato creato il termine kodokushi per indicare la morte silenziosa di persone invisibili (si calcola che in quel paese il 4.5% del totale dei funerali sia celebrato per chi muore solo e abbandonato). Il fenomeno per alcuni aspetti può essere avvicinato alla “sindrome di Diogene” che caratterizza alcuni anziani soli, i quali tendono ad accumulare nell’abitazione ogni genere di oggetti, quasi fosse un modo per esorcizzare la loro solitudine; rappresentano infatti un sostituto della compagnia di altre persone, con le quali la vita non ha permesso di sviluppare rapporti significativi.

 

Anche in questi casi è difficile identificare le cause della crisi, che ha certamente origine da fattori endogeni, i quali però non vengono compresi nell’ambito della famiglia e quindi tendono a diventare sempre più drammatici.


(Tratto dall’articolo )

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