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Data Notizia
27/04/2020

Il futuro delle residenze per anziani

Il contributo di Marco trabucchi

 

In questi giorni siamo investiti da notizie drammatiche (accuse spesso ingiuste, difese non sempre adeguate) riguardanti il sistema delle case di riposo.

Premetto alle note che seguono una precisa affermazione: molto sarà da cambiare, l’esperienza del coronavirus ci ha dato insegnamenti importanti, però dobbiamo pensare, studiare, sperimentare con grande impegno prima di ipotizzare alternative poco fondate alle case di riposo attuali. Dobbiamo identificare modalità di lavoro in modo che permettano di garantire servizi adeguati sul piano clinico, assieme a un ambiente capace di accompagnare l’anziano con serenità e vitalità negli ultimi anni della sua vita.

 

Non permetteremo la distruzione di un sistema pieno di limiti che, però, almeno in alcune regioni, permette la sopravvivenza alle persone non autosufficienti che non possono più essere assistite nel loro domicilio a causa della situazione di salute, che richiede impegni che la famiglia non è più in grado di offrire. Nel nostro paese abbiamo avuto troppe esperienze di proposte alternative all’esistente che si sono concluse solo con la distruzione del poco che veniva dal passato, senza alcuna innovazione seria, adeguata al bisogno dei singoli e delle comunità. Da quanti anni sentiamo parlare di assistenza domiciliare come la risposta ottimale: dove sono le esperienze concrete se non quelle di alcune zone che potrebbero essere d’esempio, ma che nessuno “copia”!

 

In questi giorni con scarso senso di opportunità, alcuni insistono sulle alternative alla casa di riposo (assistenza domiciliare, cohousing, ecc.) come modalità per “svuotarle”. Questi “modernizzatori” non si rendono conto della realtà. I nostri concittadini ricorrono alle residenze per anziani quando le condizioni di salute richiedono cure qualificate sul piano clinico e assistenziale, che non possono essere prestate in maniera adeguata a casa. Qualche decennio fa le cose stavano diversamente, ma oggi sono molto pochi gli ospiti delle nostre residenze per anziani che potrebbero restare a casa ricevendo gli interventi ai quali hanno diritto. Non vorremmo che con questa retorica si raggiunga il risultato di privare gli anziani di atti qualificati e spesso salvavita. Inoltre, non vorremmo che questo richiamo al dovere di costruire alternative faccia aumentare il senso di colpa dei parenti, già gravemente sofferenti per la separazione forzata imposta dal virus. Qualcuno potrebbe pensare con dolore: “…lo dicono anche gli esperti che potevamo tenere la mamma a casa…”. Inoltre, e non da meno, non vorremmo che gli operatori, che in queste settimane hanno dimostrato un altissimo livello tecnico e una generosità formidabile, si sentissero professionalmente svalutati rispetto a chi lavora in altri settori del sistema sociosanitario.

Alcune indicazioni per il futuro.

 

Sarà necessario chiedere alle Regioni di allentare, razionalizzandole, le pratiche burocratiche che sono state emanate in questi anni. Al momento della crisi si sono spesso dimostrate inutili orpelli; sarà necessario concentrare i controlli e la raccolta dei dati su quanto serve specificamente per garantire la salute degli ospiti, abbandonando controlli su aspetti marginali, che però generano preoccupazione e costi. Altro punto delicato riguarda la formazione degli operatori; devono ricevere una cultura specifica per il lavoro nelle residenze, che è diverso da quello prestato nel territorio o negli ospedali. Quindi è necessario prevedere una parte del curriculum universitario dedicato specificamente a questi compiti; ma va anche previsto un trattamento economico e normativo simile a quello degli altri comparti della sanità (non ha significato logico l’attuale disparità, fondata su modelli professionali non realistici e del passato), anche per evitare le trasmigrazioni verso l’ospedale che si sono verificate in queste settimane. Questo fatto ha provocato gravi problemi per la formazione dei turni, già aggravati da malattie e quarantene, oltre che dall’esigenza di raddoppiare in alcuni casi le equipe di lavoro per garantire la necessaria separazione tra nuclei covid e non covid.

 

Non dimentichiamo infine la drammatica pressione dell’oggi. È necessario provvedere alla separazione degli ospiti in base alla positività o meno dei tamponi. Vi sono ancora incertezze sui movimenti degli ospiti sia in entrata che in uscita, ancora non del tutto adeguata la disponibilità di strumenti di protezione, incerta la formazione di equipe di supporto al lavoro dentro le strutture, incerti i numeri di morti che non corrispondono alla realtà. Inoltre, nel sottofondo vi è una linea politica -appena accennata, ma purtroppo diffusa- che considera le strutture per anziani come realtà esterne al welfare regionale, per cui devono costruire da sole il proprio futuro. I nostri concittadini, se ne fossero apertamente informati, non accetterebbero mai tale esclusione; molte comunità amano le residenze per anziani come amano le piazze dei loro paesi e delle loro città.


(Tratto dall’articolo )

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