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Data Notizia
15/05/2020

Solitudine. La lezione del Covid-19

Il contributo di Marco Trabucchi

 

Stiamo uscendo dalla gravissima crisi del Covid-19… anzi, proviamo a uscirne, attraverso l’impegno generoso dei nostri concittadini.

Uno degli aspetti che ci ha fatto più soffrire in questi mesi è la solitudine che ha accompagnato le nostre vite, con diversi livelli di gravità, da quello delle famiglie ben strutturate che hanno sofferto solo per l’impossibilità di visitare amici e parenti, alla solitudine degli anziani, chiusi nelle loro case, con pochi contatti, impauriti per le notizie che non potevano controllare, alla solitudine delle persone ospiti nelle residenze per anziani, alle quali è stato impedito il contatto personale con i loro parenti.

 

Dal mio osservatorio ho verificato una grande capacità di resilienza della maggior parte degli anziani italiani, che si sono sentiti partecipi dell’impegno di tutto il paese per sconfiggere la “brutta bestia”. Questo impegno ha dato “senso” alla loro vita e ha così permesso di superare le prove più difficili. In alcuni casi la mancanza di contatti ha reso le giornate l’interminabile susseguirsi di momenti di ansia, tra trasmissioni televisive misteriose, notizie frammentarie su quanto capitava a parenti e amici, timori per la propria salute che non trovavano ascolto. In molti casi, infatti, il medico di famiglia è stato irraggiungibile (ma non è questo il momento per celebrare il grande impegno di molti e ricordare la vigliaccheria di altri).

 

Anche gli ospiti delle case di riposo si sono sentiti molto soli, perché il legame fisico con i parenti non è stato completamente sostituito dalla tecnologia, attraverso i tablet. In alcune situazioni la solitudine ha provocato una silenziosa disperazione degli ospiti, accompagnata anche da un visibile peggioramento della loro salute, che fortunatamente si è lenita nel tempo, grazie, in particolare, alla bravura umana e tecnica degli operatori. Questi hanno sostituito con la loro parola e il loro sorriso quello dei parenti rimasti fuori dalle porte e che con le loro carezze hanno cercato di far dimenticare le carezze dei coniugi, dei figli, dei nipoti. In alcuni casi la tecnologia è stata integrata da incontri visivi al di là di un vetro; ve ne sono stati numerosi esempi, adottando diverse modalità, ma tutti sono stati particolarmente graditi!

 

Ora si ritorna lentamente ma progressivamente alla normalità, almeno le visite tra parenti e amici potranno riprendere; anche le uscite di casa saranno permesse, pur con la precauzione di indossare la mascherina (non voglio essere pessimista, ma molte persone anziane non sopportano facilmente questa condizione e quindi tendono a usarle il meno possibile; chi ha difficoltà respiratorie o cardiache non respira tranquillamente attraverso il filtro di stoffa!).

Solo le case di riposo saranno costrette a mantenere ancora per qualche tempo una rigida quarantena, per evitare che ingressi di persone non adeguatamente controllate possano far ripartire nelle strutture la diffusione del virus, così faticosamente evitata nei mesi scorsi. Purtroppo, infatti, la disponibilità di tamponi per rilevare l’assenza di infezione non è ancora adeguata qualora si dovessero esaminare tutte le persone che entrano in una residenza per anziani.

 

Il ritorno alla normalità sarà per molti di noi un esame difficile, sia per gli “eroi” (medici e infermieri), sia per ogni altro cittadino, qualsiasi sia stata la modalità di vita seguita durante la quarantena. Le difficoltà psicologiche e pratiche saranno rilevanti e richiederanno un grande impegno perché non lascino segni duraturi. Molti sono gli interrogativi ai quali non siamo ancora in grado di dare risposta. La riconquistata libertà sarà vissuta come la liberazione da qualsiasi condizionamento posto dai nostri simili, oppure il ricordo dei tempi difficili ci lascerà in eredità un’attenzione particolare per una scelta di vita aperta agli altri e quindi, specialmente, a chi è solo e sente il desiderio (spesso una fortissima esigenza) di essere considerato nei nostri pensieri e nelle nostre azioni? In questo scenario si pone l’interrogativo chiave: ritorneremo come prima, incentrati sui noi stessi e sul nostro benessere, o avremo la consapevolezza che molti nostri concittadini dipendono per la loro possibilità di vivere decentemente dalle attenzioni che riserviamo loro? Capiremo che la solitudine è sempre “maledetta” e quindi che dobbiamo tutti impegnarci, nelle grandi e piccole circostanze di ogni giorno, perché sia allontanata dalla giornata dei nostri simili?

 

Non sono in grado di prevedere il futuro, anzi sono disturbato dai “futurologi da osteria”.

Ma spero: infatti, la negativa evoluzione demografica ed epidemiologica del prossimo futuro potrà essere, almeno in parte, tamponata, solo attraverso un grande impegno per una vita condivisa, scelta che permette di vincere la solitudine.


(Tratto dall’articolo )

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