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Data Notizia
04/06/2021

Qualcosa è cambiato

Melvin Udall, uno scrittore nevrotico, misantropo, razzista è un campionario di sgradevoli difetti. Maltratta la vicina di casa, offende il pittore gay. Non solo! Gli butta l’amato cagnolino giù per la colonna dei rifiuti; irrita chiunque nel ristorante dove pranza, pretendendo, inoltre, di essere servito sempre dalla medesima cameriera. Lo scrittore è Jack Nicholson, la cameriera Helen Hunt. Dialogando, soprattutto con gli sguardi nella prima parte del film, entrambi hanno meritato il Premio Oscar come attori protagonisti. Avessero “tenuto” (soprattutto gli autori) fino alla fine saremmo in cospetto di un piccolo capolavoro. Purtroppo, invece, nella seconda parte il racconto scade in un’ondata accidentata di melassa poco accettabile anche con il metro degli anni ’50.

 

Ma, dopo aver annotato che tra i due, il cliente e la cameriera, c’è un freddo costante che rasenta la rissa, a noi interessa soltanto Verdell, il cagnetto, che rimarrebbe privo di cura quando il pittore viene massacrato senza motivo da un paio di ragazzacci e spedito all’ospedale. A questo punto entra in scena il compagno del pittore, che decide di assegnare il cane alle cure del riluttante scrittore. Deciso, prepotente e perdi più di colore, glielo sbatte in braccio senza consentirgli replica.

 

Di qui prende le mosse una lenta metamorfosi che viaggia su due piste relazionali: l’affetto che Udall comincia a nutrire per la bestiola rende palese a noi, ma anche a lui, che, con la cameriera, c’è in ballo qualcosa di più del punto di cottura della pancetta. Così quando seduto al suo tavolo vede comparire un soggetto diverso da lei per servirgli il pranzo, dà in escandescenze fino a farsi sbattere fuori dal ristorante. Va a cercarla a casa soltanto, dice lui, per sapere quando tornerà al lavoro. Viene a sapere così che è mancata al suo tavolo per prendersi cura di un bambino vispo, carino ma in balia di una malattia non curabile con le scarse risorse di lei: il bambino che alleva da sola, il suo bambino. Sarà lui, lo scrittore egoista e scorbutico, a mandarle a casa uno specialista che avvierà la giusta terapia. Lo fa, ribadisce lui, solo per vederla tornare al lavoro.

 

Inizia così un rapporto “extrapranzo” tra la cameriera e il suo nevrotico cliente, che addirittura rischia di cadere in depressione quando il pittore, sulla via di guarigione, reclama la restituzione del cagnolino. Per chi ha oltrepassato l’ottantina il pensiero non può non andare a Umberto D., il film che tanti considerano il capolavoro di De Sica. Siamo nell’immediato secondo dopoguerra, in una Roma in bianco e (soprattutto) nero; un pensionato senza sostegni parentali, sfrattato, privo dei mezzi necessari a sopravvivere, decide di farla finita. Lega a un palo il guinzaglio dell’unico amico, Flaic, e aspetta il treno.

Che destino avrà, povera bestia, in che mani finirà? E se al canile decideranno di abbatterlo? Questi, immaginiamo, i pensieri del vecchio mentre il treno s’avvicina. Io scappo, ma lui?

 

Arriva il contrordine, via dai binari. Arriva da quella zona segreta dell’uomo che non può non sopravvivere, in caso contrario addio umanità. Così vediamo - e chi s’avvicina ai cento sa di cosa parliamo - un omino in controluce che va verso una improbabile luce bianca di speranza. Senza bombetta, senza bastoncino, ma con, al guinzaglio, un amico.

 

Pensando a Umberto D., pensando allo scrittore nevrotico che scopre dentro di sé sentimenti insospettati (cane o cameriera, importa?) viene solo da chiedersi: ma qui, chi si è preso cura di chi?

 

I film di cui abbiamo parlato:

Qualcosa è cambiato di James L. Brooks. USA, 1997 con Jack Nicholson, Helen Hunt, Greg Kinnear

Umberto D. di Vittorio De Sica, Italia, 1952 con Carlo Battisti, Maria Pia Casilio


(Sintesi redatta da: Linda Russo)

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